L’esperimento è stato duplice per quanto mi riguarda. Mi chiamo Gianluca e nella vita sono un contabile. Mi sono avvicinato alla SNIA perché ero venuto a sapere casualmente (è sempre così..) dell’esistenza di un corso di italiano per stranieri. Allora un po’ di volontariato mi aveva portato a contatto con molti immigrati che mi rivolgevano continue richieste di corsi di italiano gratuiti. Alla SNIA ero andato solo per prendere qualche volantino da distribuire ai ragazzi e ai giovani adulti che incontravo alla stazione ferroviaria di Ostiense. Dunque mi sono avvicinato alla SNIA e li ci sono rimasto. Catapultato in una realtà che mi ha assorbito completamente, centrifugato e steso: la scuola di italiano per immigrati della SNIA. Chiunque a cui abbia chiesto le motivazioni alla base del suo volontariato mi ha risposto “perché dando 10 ricevo 100”. Perché possa rendere l’effetto SNIA devo moltiplicare 100 per 100, anzi per 1000, meglio per 10.000. Le mie lezioni erano doppie appunto perché imparavo ed insegnavo, spiegavo e capivo, intrattenevo ed ero intrattenuto, c’erano amici intorno al tavolo delle lettere dell’alfabeto. La maggioranza degli studenti viene dal Mali, dalla Costa d’Avorio, dalla Guinea Konacri, dal Niger. Parla il francese e il proprio dialetto, il bambarà. Ed è amore a prima vista. Questa lingua per me è stata la chiave di volta del rapporto che lezione dopo lezione instauravamo reciprocamente. Ogni lettera che preparavo, rubando ore in ufficio ma che rimanga tra di noi, doveva trovare a lezione il suo equivalente nella loro lingua. L’effetto che mi faceva sentirli parlare italiano era di gran lunga inferiore rispetto a quello che producevo in loro quando parlavo il bambarà. Li vedevo ridere sorpresi, e soprattutto ai fini della scuola di italiano, li vedevo comprendere il significato delle parole sottostanti le mie immagini fotocopiate: F di falegname, quali strumenti usa il falegname?, e soprattutto che cosa fa un falegname? Non so dire esattamente quale fosse il confine al quale finiva la lezione di italiano e iniziava quella di bambarà. Non so dire esattamente quando finivo di insegnare e quando cominciavo ad imparare “loro”, voglio dire a conoscerne la cultura, la lingua appunto, i nomi, i gesti, le facce, la voglia e la resistenza ad imparare, l’interesse e la noia a scrivere le lettere, la fame di lavoro, di cibo e di una vita dignitosa. Alessandra mi aveva avvertito alla mia prima lezione di alfabetizzazione. “Questi ragazzi” mi diceva “hanno bisogno di imparare l’italiano. Noi siamo qui però anche per distrarli dopo un’intera giornata che trascorsa a rimuginare sui propri problemi e a parlare solo coi propri conterranei”. Molte volte di primo acchito le parole di Alessandra mi sono sembrate impossibili da mettere in pratica. Praticando però tutto diventava semplice grazie all’interazione che instauravamo durante la lezione. Così argomenti complessi come la chiusura dei CIE di Ponte Galeria, gli assalti di giovani romani esaltati contro negozi gestiti da immigrati, manifestazioni e tornei di calcetto diventavano semplici: bastava trovare le parole chiave e il ponte fornitoci dal bambarà ci apriva le porte della reciproca comprensione.
Questo ponte linguistico è fonte di una divertita attenzione che fa volare il tempo della lezione. Lezione che comincia con il tradizionale appello, scritto da ciascuno di loro che accompagno scrupolosamente nella scrittura lettera dopo lettera. La loro incertezza è per me fonte di informazioni preziose, è il primo test di valutazione che mi permette di capire chi dovrò seguire di più e chi di meno. Quindi viene il momento delle lettere: il metodo è semplice. Una lettera, un’immagine, una fotocopia. Ad ogni lettera dell’alfabeto corrisponde un’immagine (ad esempio A di automobile, B di braccio) e sulla fotocopia la lettera è scritta in maiuscolo ed in minuscolo sopra o sotto l’immagine. Ognuno deve scrivere la lettera e la parola sul proprio quaderno. Poi viene il momento del micro dialogo. Il livello di scolarizzazione degli studenti è molto basso, alcuni di loro sono analfabeti ed il micro dialogo deve essere gioco forza semplice. Esso è molto spesso correlato alla lettera e all’immagine che abbiamo appena letto e scritto insieme. “quanti occhi hai?” quante braccia hai?” “che cosa hai mangiato oggi?” “quanti anni hai?” ecc… Il micro dialogo funziona così: reciprocamente ci sottoponiamo la domanda scelta e dobbiamo rispondere. La loro poca padronanza dell’italiano è stata fonte di qui pro quo molto divertenti come quando Abdullaye ci ha detto di aver mangiato del cane piuttosto che della carne oppure quando Balà ci ha detto di avere un occhio anziché due. Niente affatto offesi dalle risate generali, avendo compreso l’errore, ridevano a crepapelle anche loro. Il micro dialogo porta via molto tempo e dunque spesso la lezione termina senza fare altro. In quanto contabile cerco di far quadrare sempre i conti. Pertanto non ci si alza dalla sedia se prima non verifico che tutti abbiano scritto e capito le parole discusse insieme. Le parole chiave non sono molte e ho premura che queste rimangano nel quaderno e nella loro testa piena di pensieri. Perciò svelo un trucco: fare sempre la prova del nove. Molte volte mi è stato detto di aver capito la parola appena discussa. “Bene” dicevo io “allora ripeticela”. Non sono sadico ma credo che più di tutti valga il rispetto del canovaccio che si decide di adottare per la lezione. Mi capita spesso di improvvisare, mimare e riprodurre rumori e suoni per spiegare le parole principali della lezione: discutiamo di pochi concetti ma che siano chiari. Che siano ricordati è un’altra storia.