sabato 10 maggio 2014

un racconto di Pasqua

Roma

E' la mattina di Pasqua. Sono le 7 e cammino verso l'auto per tornarmene a casa dopo la veglia e il battesimo di Ignacio Javier. La nebbia nebbia è così piena che non si vede nulla ma si vede, lo so, che il sole è alto e che si tratta di una di quelle luminose nebbie romane che spariscono d'un colpo. Salgo in auto, ora non più circondata dalla fitta vegetazione metallica nella quale l'avevo imboscata ieri notte: era talmente fitta che mancava poco che la parcheggiassi su un albero.

Accendo e prima anzi no perchè ha il cambio automatico, e lentamente mi inoltro nella nebbia nebbia cercando la strada per il raccordo. La nebbia nebbia bianca è sempre li davanti, dietro, di lato, dovunque ed è talmente densa che mi sorprendo di non riuscire a vedere i cartelli stradali se non a pochissimi metri di distanza.

Chiudo gli occhi. Un pensiero mi distoglie e d'un tratto mi accorgo che la nebbia nebbia era sparita o meglio che io ero uscito dal banco come fossi uscito da una stanza.

Di fronte il cielo sereno e il sole fresco colorano le case a destra e a sinistra dell'uscita del raccordo tordiquinto/flaminia. In fondo la cassia bis coperta da un banco di nebbia nebbia appoggiato sopra come una coperta, come un gatto bianco allungato sulle lenzuola appena messe.

Tutto bello, tutto nuovo.