giovedì 30 aprile 2015

istantanee: racconti somali

Hargheysa, Somaliland. Marzo 2015

C’è stato un tempo in cui, seduto in macchina con mia madre alla guida, riuscivo a sprofondare nel sedile per vedere nei giorni di pioggia le gocce cadere quasi in perpendicolare sul parabrezza. Il gioco era di indovinare quale sarebbe stata la posizione della prima goccia che cadeva subito dopo quella appena schiantatasi oppure di indovinarne la grandezza. Questo ho pensato mentre ero nell’auto di Alì direzione albergo. Qui, Hargheisa, Somaliland, Corno d'Africa, dove mi trovo in missione per actionaid, l'organizzazione no profit per la quale lavoro, è infatti ufficialmente iniziata la stagione delle piogge dopo 5 mesi di secca e quando piove ad Hargheisa, cioè forse anche in tutto il Somaliland e la Somalia ma posso testimoniare solo per Hargheisa, insomma quando piove qui sembra che tutta la pioggia della Terra si riversi sopra questa città. Scende infatti una quantità d’acqua notevole in poco tempo e le strade si allagano in un attimo, complice un sistema fognario inesistente. In breve si scatena un vero e proprio acquazzone senza preavviso! Di solito sono abituato ai lampi che precedono i tuoni che precedono la pioggia e a contare il tempo tra il lampo e il tuono si capisce a grandi linee quanto in fretta uno deve andare per non fracicarsi. Qui no. Certo il cielo s’annuvola e dopo un paio di volte che ti frega capisci che questo è il segnale che è molto meglio che corri a trovarti un riparo perché di li a poco si scatenerà un putiferio. E così la gente, che sa, comincia a muoversi in anticipo ma quella che ahilei è beccata dall’acqua che cade a secchiate corre ed attraversa le strade rischiando grosso come la giovane donna che Alì stava secondo me per mettere sotto. “attento Alì!” faccio io e lui “no problem, my friend. I got it, I got it!”. E meno male che l'hai got it.

Lui, Alì, è un collega somalo di actionaid e si è voluto far scattare una foto mettendosi in posa durante la nostra visita ai villaggi beneficiari del progetto gestito da actionaid e finanziato coi fondi del MAE. “take me a photo, my friend, so that you can bring it to you in Italy!”. Alì insieme coi colleghi e le colleghe mi ricordano Youssouf, il mio amico maliano: lo sguardo, il sorriso che mi sembra che abbiano una bocca fatta apposta per sorridere contagiosamente, il modo di parlare e di muovere le mani e le dita per stressare questa parola o quel concetto e renderlo il più importante della vita in quel momento, le risate esplosive. Rompere il ghiaccio con loro dunque non è stato molto difficile. Quando pranziamo insieme a volte mi tirano dentro cominciando a parlare inglese, lingua che mastichiamo si ma come quando hai in bocca un pezzo di fegato, e succede che si arrivi farci lezioni di lingua, naturalmente loro mi insegnano il somali ed io il romano, a parlare di politica e di famiglia. Ognuno ha la propria e quando è il mio turno non si chiedono come mai non sia sposato ma si chiedono quando comincerò a cercare. “Stai cercando Miss Right, vero?” mi fa Moktar “lo so perché anche io e anche Hashi l’abbiamo cercata. Solo che in realtà non la cercavamo”. “Quando la incontri ci metti un minuto a capire che lei è lei” fa loro eco Sadia che è donna forte e decisa ma solo così può farsi rispettare in un mondo maschilista. E ad Hargheisa gli uomini sanno essere arroganti, prepotenti e violenti colle donne. Capisco giorno dopo giorno la sua decisione di ritornare qui dopo anni in Europa, comprendo il suo desiderio di provare a promuovere un radicale cambiamento grazie al supporto di actionaid del cui ufficio qui in Somaliland lei è a capo. “Rispettati e fatti rispettare”, “sii convinto e saprai convincere” sono i suoi mantra.

Con questo bagaglio di intrattenimento e familiarità sono partito per l’entroterra somalo tra i villaggi beneficiari del progetto che Sadia e il suo team gestiscono. Questi villaggi sono arroccati su colline rocciose che per arrivarci non ve lo sto nemmeno a spiegare e mi chiedo come cavolo facciano ad orientarsi senza mappa o senza il coso satellitare di cui non possiamo fare più a meno nemmeno in città: ora, se ci riescono significa che si può fare, questione di abitudine che evidentemente stiamo perdendo coccolati e abboffati da mamma tegnologia. Le donne e gli uomini di questi villaggi si sono sperticati per mostrarci cosa sono riusciti a fare coi fondi, i corsi e il supporto ricevuto: pozzi, canaline, pompe idriche, dighe, arnesi, pesticidi, trick e track e bombe a mano. E poi ci hanno fatto mangiare come dei re! Che bontà, ragazzi. Capra e riso, immancabile combinazione somala. E poi il brodo di carne e l’altrettanto immancabile bottiglietta di cola. Devo dire che di carne sto facendo scorta che basterà almeno per un anno e la capra non è la sola che ho mangiato. Si lo confesso signor giudice ho mangiato anche carne di cammello e m’è piaciuta assai! “E’ anche magra” mi dice Hashi con cui chiacchiero durante la visita della tradizionale casa somala. Casa che sembra un igloo, cioè la forma è quella, solo che invece del ghiaccio la struttura è composta di uno scheletro di legno che una volta si ricopriva colle pelli di animale mentre oggi sono ricoperti di panno variopinto e plastica. Quindi da lontano si vede bene, non ti puoi sbagliare, e la parola “lontano” qui non significa 5 metri che poi c’hai un altro palazzo di fronte e gente che te stende i panni in faccia ma significa davvero lontano perché qui in città di grattacieli non c’è nemmeno l’ombra, figuriamoci nell’entroterra dove lontano può valere chilometri.

Oggi queste case tradizionali sono sostituite o affiancate da strutture in alluminio proprio come quella che vedo davanti la finestra della mia camera d'albergo. C'è una famiglia che ci vive composta di un uomo, una donna e tre bambini che giocano appendendosi a un albero in mezzo all’appezzamento di terra dei genitori delimitato da un muretto basso ma che non ha nulla di coltivato. Solo capre. E' un attimo che mi immagino gli uomini di Rosarno che vivono all’addiaccio, mi immagino quelli di Foggia. Qual è la differenza tra la famiglia somala che vedo di fronte casa e gli invisibili che vivono anzi sopravvivono nelle baraccopoli di castel volturno? Che nei campi del sud Italia questi uomini riescono a guadagnare pochi euro che a casa loro sono un patrimonio, fa niente se sfruttati e disprezzati? Fa niente se sono loro malgrado entrati negli ingranaggi del mercato nero? Fa niente se i loro pomodori, le loro arance e clementine e fragole ce le ritroviamo nei supermercati come se niente fosse e ce le compriamo pulendone il sudiciume della mafia e dell'indifferenza dello stato? Avrei la forza di dire di no se fossi in loro? Ma in loro non sono e quando un giovanissimo uomo, cameriere dell'albergo in cui alloggiavo, mi rivela che vuole andarsene da Hargheisa e che ha incontrato un uomo che per 6.000 dollari lo porta in Libia e lo fa imbarcare per l'Italia non riesco a comprenderlo e lo affogo in un mare di foto per avvertirlo che il viaggio che quei farabutti vogliono fargli fare anzi pagare potrebbe finire colla sua morte, affogato in un mare vero salato e amaro. I suoi occhi sopresi parlavano chiaro ma io ho ancora la sensazione di non averglielo detto abbastanza.

"Bisogna aver toccato davvero cosa succede là per capirlo, e a volte non basta neanche" mi dice Ella. Durante i miei 8 intensi giorni in Africa non ho capito cosa significa vivere per un africano ma ho maturato il pensiero che se la miseria puzza, qui puzza di più. Ho maturato l'idea che se fossi nato in una casetta di lamiera come quella che vedevo davanti alla mia stanza vorrei scappare correre via lontano. Si, lo so, indosso gli occhiali da occidentale. E con questi vivo impotente il dramma dell'ennesima tragedia: il 19 aprile 2015 sono morte 700 persone nel mare di Libia. 700 persone che avevano pagato 6.000 dollari ciascuna per morire. "Ma io glielo avevo detto di non partire, di non fidarsi, che gli scafisti si curano solamente dei soldi" penso ma in fondo lo avevo ossessivamente ripetuto solo a un giovanissimo uomo. 700 persone si sono affidate ad un uomo, il gatto o la volpe chissà, che non si è curato di loro. Ma non è l'unico. 700 persone che credevano di cambiare la propria vita sono diventate monumenti eterni, 700 nuovi simboli della disperazione e della schiavitù del denaro e del potere.
Rabbia. Pugni chiusi.