domenica 8 dicembre 2013
il sacerdote e il macellaio
milano, domenica dell'Immacolata.
E' la mia seconda volta, anzi terza ad una Messa secondo il rito ambrosiano. Mi sono chiesto un giorno se cercare una Messa secondo il rito romano ovvero secondo le mie abitudini non potesse significare il rifiuto della realtà nella quale mi sono immerso da quasi un anno a questa parte. E' meglio non chiederlo a Maria Sole che mi rinfaccia questo mio atteggiamento respingente anche solo per la decisione di non avere una bicicletta: figuriamoci se affronto il discorso religioso che non sarebbe capace di tirarmi fuori. Quindi me ne sto zitto e prendo la via della chiesa per partecipare alla celebrazione ben sapendo che il mio piglio de "indovina le differenze" è giusto figlio oggi in particolare più di sempre di uno stato d'animo pervaso dalla nostalgia che questa mattina di domenica mi accompagna da quando mi sono svegliato. Mi dico che una celebrazione è solo un momento particolare, farcito di simboli e riti eseguiti all'unisono dalle persone -sebbene alle volte io mi separi dal resto della gente rispettando i tempi degli amici di Roma un po' per non dimenticare un po' perhè così mi è stato insegnato- durante il quale si accoglie la Parola e che la Parola è la Parola dovunque la si ascolti qualunque sia la bocca che la pronunci. "Va bene, lo so" mi dico ma oggi è nostalgia e anche un po' m'incazzo quando il sacerdote dice che oggi non si sarebbe dovuta celebrare l'Immacolata perchè "i cultori del rito ambrosiano sanno che oggi avremmo celebrato la quarta domenica d'avvento mentre l'Immacolata l'avremmo dovuta celebrare domani. Ma domani, che è lunedì, chi ci sarebbe venuto?" Ma come è dunque solo una questione di opportunità? "E comunque" continua il sacerdote "celebrare l'Immacolata fa parte dell'avvento". Grazie per la spiegazione. Mi mordo la lingua. Penso che sono strani questi milanesi che celebrano un rito tutto loro e che hanno ben 6 dico 6 domeniche d'avvento. Mi rapisce un bambino vivace che sorridente fa di tutto per allontanarsi da una situazione che si vede lo annoia da morire. Ci riesce costringendo il padre a prenderselo e a portarselo a spasso. Di lontano di tanto in tanto si sente l'eco di qualche lamentela del giovane. Oggi è nostalgia. Vado avanti e mi stringo nel cappotto visto che oggi come da un po' di tempo a questa parte fa freddo che più freddo non si può. E' tornato a splendere il grigio cielo del Nord oscurando il fastidioso sole che "spostiamoci di qui che questo sole mi da fastidio" mi fa un giorno Giorgio quando un bel sole finalmente ci riscaldava. Sono proprio strani 'sti milanesi. Oggi è nostalgia ed il tempo insomma non aiuta. Allora mano nella mano di questa nostalgia canaglia me ne esco e prendo la strada di casa. Ho deciso di cucinare forsennatamente questo pomeriggio. Ho già su il brodo di carne per il pranzo e poi mi aspettano la parmigiana, le ciambelline al vino e l'arrosto. Una volta ogni tanto infatti mi concedo della carne che vado a comprare al mercato coperto di piazza Prealpi. Entro e mi avvicino al bancone della macelleria che come al solito è affollato e ordinatamente i clienti uno dietro l'altro per tutta la lunghezza del bancone fanno la fila ed aspettano il proprio turno. Questa è Milano. Mi accodo anche io e pazientemente attendo. Mi distraggo come al solito pensando alle cose del mondo ma ad un tratto mi accorgo del silenzio con cui le signore, anzi le sciure, se ne stanno in piedi a guardare il macellaio. Zitte, qualcuna a bocca aperta, accompagnano con gli occhi e la testa i movimenti dell'uomo che con dita agili e precise recide tutto il grasso superfluo e con sicurezza arte e maestria taglia la loro carne esattamente come desiderano. Solo al termine della performance la tensione tra le donne scema e loro più rilassate si lasciano andare a qualche commento e a qualche risatina finchè non vengono nuovamente ipnotizzate dalla lama tagliente del macellaio. Che è un uomo corpulento e alto, considero la pedana un buon alleato, vestito con la classica divisa fatta di parannanza bianca e berretto blu. Magari il berretto blu è una sua personalizzazione ma a me sembra così d'ordinanza. Lui è di poche parole, dice quelle giuste e necessarie, nessuna omelia, non arringa le sciure ma ne ha tutta l'attenzione. Ad ognuno il suo mestiere.
venerdì 18 ottobre 2013
amarcord: il riordino della fila
Un anno fà, un giorno d'autunno, nella sala d'attesa del medico di base.
Le parole tra le persone presenti in sala d'attesa sono poche, concentrate in pochi attimi e ben selezionate. Nella maggior parte del tempo regna il silenzio rotto dal ciancicare della gomma tra i denti, dai fogli di giornali girati, da qualche colpo di tosse o qualche starnuto ma dipende dalla stagione, e dalle parole lontane del medico chiuso col paziente di turno dietro la porta del suo studio. Porta alla quale chi più chi meno butta lo sguardo con fare indifferente oppure infastidito oppure ancora col piglio di chi "ho un sacco di cose da fare non posso stare qui a perdere tutto sto tempo. e poi che c'avranno mai da dirsi!". insomma tutti, chi più chi meno - ritengo l'età un buon elemento discriminante - sperano che questa porta si apra il prima possibile. E quando finalmente questo accade tutti all'unisono si distraggono dai propri passatempo ed anche chi sonnecchiava si desta d'un tratto e puntano il mirino prima su chi esce e poi su chi entra. "Meno male che ha fatto presto" dice tra i denti una signora al marito "vedi di fare altrettanto altrimenti.." mi immagino che stia pensando scrutando l'eletto di turno con tale intensità da perforare il muro figuriamoci le orecchie del malcapitato. Mal comune mezzo gaudio vale solo quando c'è il mal comune. Entrato il paziente la sala è rigenerata, emozionata, vibrante. Il silenzio si romperà di lì a poco. Scatta il momento del riordino della fila. "Allora chi c'è dopo?" e poi "ma quante persone ci sono prima?" e ancora "chi è l'ultimo?". E' così ogni volta che il medico cambia paziente. Uno esce, un altro entra e chi aspetta automaticamente si occupa del riordino della fila d'attesa che monopolizza le parsimoniose conversazioni in sala, rianima gli astanti che si incontrano e scambiano parole, battute anche divertenti ma è un baleno perchè tutto si comsuma in 10 minuti poi di colpo si tornano a sentire le lontane parole del medico, il ciancicare della gomma tra i denti, il rumore dei fogli di giornale girati, i colpi di tosse o gli starnuti, ma dipende dalla stagione. e ora silenzio!
Le parole tra le persone presenti in sala d'attesa sono poche, concentrate in pochi attimi e ben selezionate. Nella maggior parte del tempo regna il silenzio rotto dal ciancicare della gomma tra i denti, dai fogli di giornali girati, da qualche colpo di tosse o qualche starnuto ma dipende dalla stagione, e dalle parole lontane del medico chiuso col paziente di turno dietro la porta del suo studio. Porta alla quale chi più chi meno butta lo sguardo con fare indifferente oppure infastidito oppure ancora col piglio di chi "ho un sacco di cose da fare non posso stare qui a perdere tutto sto tempo. e poi che c'avranno mai da dirsi!". insomma tutti, chi più chi meno - ritengo l'età un buon elemento discriminante - sperano che questa porta si apra il prima possibile. E quando finalmente questo accade tutti all'unisono si distraggono dai propri passatempo ed anche chi sonnecchiava si desta d'un tratto e puntano il mirino prima su chi esce e poi su chi entra. "Meno male che ha fatto presto" dice tra i denti una signora al marito "vedi di fare altrettanto altrimenti.." mi immagino che stia pensando scrutando l'eletto di turno con tale intensità da perforare il muro figuriamoci le orecchie del malcapitato. Mal comune mezzo gaudio vale solo quando c'è il mal comune. Entrato il paziente la sala è rigenerata, emozionata, vibrante. Il silenzio si romperà di lì a poco. Scatta il momento del riordino della fila. "Allora chi c'è dopo?" e poi "ma quante persone ci sono prima?" e ancora "chi è l'ultimo?". E' così ogni volta che il medico cambia paziente. Uno esce, un altro entra e chi aspetta automaticamente si occupa del riordino della fila d'attesa che monopolizza le parsimoniose conversazioni in sala, rianima gli astanti che si incontrano e scambiano parole, battute anche divertenti ma è un baleno perchè tutto si comsuma in 10 minuti poi di colpo si tornano a sentire le lontane parole del medico, il ciancicare della gomma tra i denti, il rumore dei fogli di giornale girati, i colpi di tosse o gli starnuti, ma dipende dalla stagione. e ora silenzio!
domenica 13 ottobre 2013
Istantanee: l'antiracconto del 25 aprile
Milano, un giorno d'autunno.
.. volevo, dovevo scrivere del 25 aprile anche quest'anno. "Mi raccomando scrivi!" mi dice Marco quest'estate a cena. E io "certo!" ho detto ma non sapevo quanto dura sarebbe stata la faccenda. D'estate è tutto più facile. Si può fare anzi dire di fare tutto ed anche di più. Tanto è estate, tanto è vacanza quindi mica si deve fare oggi. E' estate perbacco. Domani.. anzi no parliamone tra una settimana, anzi meglio tra due.
Vostro onore l'impegno e il tempo ce l'ho messo, glielo assicuro! Non sono rimasto con le mani in mano. Non è che mi ritrovo oggi come il giorno prima degli esami che uno sta li a maledirsi per non aver lavorato come una formica e per aver cantato come una cicala. Chi l'ha detto poi che la formica sia l'archetipo vincente! Si ho cantato! Ma mi sono dato anche da fare.
Ho pensato.
"Grazie! so' boni tutti! Che ce vo'.." direte voi. Eh non lo so ma io ho pensato e ripensato davvero a cosa scrivere ma sempre sempre sempre tornavano a galla le immagini e gli odori dei 25 aprile precedenti che si andavano ad infilare proprio negli spazi che quello recente non aveva riempito provocando un gran mischione avvolgente. Quindi? Quindi ho compreso oggi appunto solo dopo l'ennesimo tentativo che non potevo e non posso raccontare un'esperienza che ho vissuto solo un giorno. Non posso perchè se è vero che il 25 aprile è sempre, è anche vero soprattutto che il 25 aprile è tutti i giorni preparatori che lo precedono. Secondo me..
...non può esserci 25 aprile senza che Marco indaghi il tempo col suo telefono.
...non può esserci 25 aprile senza il montaggio dei gazebo in piazza nuccitelli meglio se sotto la pioggia.
...non può esserci 25 aprile senza passare ore nella cucina della SNIA a tagliare, sbucciare, impastare, ridere e poi ancora e ancora...
...non può esserci 25 aprile senza trascorrere ore sul campo di calcetto a fischiare correre discutere classificare fischiare di nuovo e stramazzare alla fine per la stanchezza che ti fa venire le visioni.
...non può esserci insomma 25 aprile senza ogni secondo trascorso in compagnia delle compagne e dei compagni della SNIA che sono per me il 25 aprile.
Confesso vostro onore, non posso raccontare. Ma posso solo ricordare il 25 aprile perchè quest'anno non l'ho vissuto ma l'ho pensato. A parte il torneo di calcetto naturalmente che ho vissuto, questo si posso ben dirlo perchè c'ero fino alla fine fino alle visioni, col cuore dei fratelli, col cuore di chi pensa che si giochi non per partecipare ma per vincere soprattutto e quando in palio praticamente c'è solo una vittoria umida e stanca.
Maledetta nostalgia canaglia!
"Chiedo scusa alla favola antica,
se non mi piace l'avara formica.
Io sto dalla parte della cicala,
che il più bel canto non vende, regala."
.. volevo, dovevo scrivere del 25 aprile anche quest'anno. "Mi raccomando scrivi!" mi dice Marco quest'estate a cena. E io "certo!" ho detto ma non sapevo quanto dura sarebbe stata la faccenda. D'estate è tutto più facile. Si può fare anzi dire di fare tutto ed anche di più. Tanto è estate, tanto è vacanza quindi mica si deve fare oggi. E' estate perbacco. Domani.. anzi no parliamone tra una settimana, anzi meglio tra due.
Vostro onore l'impegno e il tempo ce l'ho messo, glielo assicuro! Non sono rimasto con le mani in mano. Non è che mi ritrovo oggi come il giorno prima degli esami che uno sta li a maledirsi per non aver lavorato come una formica e per aver cantato come una cicala. Chi l'ha detto poi che la formica sia l'archetipo vincente! Si ho cantato! Ma mi sono dato anche da fare.
Ho pensato.
"Grazie! so' boni tutti! Che ce vo'.." direte voi. Eh non lo so ma io ho pensato e ripensato davvero a cosa scrivere ma sempre sempre sempre tornavano a galla le immagini e gli odori dei 25 aprile precedenti che si andavano ad infilare proprio negli spazi che quello recente non aveva riempito provocando un gran mischione avvolgente. Quindi? Quindi ho compreso oggi appunto solo dopo l'ennesimo tentativo che non potevo e non posso raccontare un'esperienza che ho vissuto solo un giorno. Non posso perchè se è vero che il 25 aprile è sempre, è anche vero soprattutto che il 25 aprile è tutti i giorni preparatori che lo precedono. Secondo me..
...non può esserci 25 aprile senza che Marco indaghi il tempo col suo telefono.
...non può esserci 25 aprile senza il montaggio dei gazebo in piazza nuccitelli meglio se sotto la pioggia.
...non può esserci 25 aprile senza passare ore nella cucina della SNIA a tagliare, sbucciare, impastare, ridere e poi ancora e ancora...
...non può esserci 25 aprile senza trascorrere ore sul campo di calcetto a fischiare correre discutere classificare fischiare di nuovo e stramazzare alla fine per la stanchezza che ti fa venire le visioni.
...non può esserci insomma 25 aprile senza ogni secondo trascorso in compagnia delle compagne e dei compagni della SNIA che sono per me il 25 aprile.
Confesso vostro onore, non posso raccontare. Ma posso solo ricordare il 25 aprile perchè quest'anno non l'ho vissuto ma l'ho pensato. A parte il torneo di calcetto naturalmente che ho vissuto, questo si posso ben dirlo perchè c'ero fino alla fine fino alle visioni, col cuore dei fratelli, col cuore di chi pensa che si giochi non per partecipare ma per vincere soprattutto e quando in palio praticamente c'è solo una vittoria umida e stanca.
Maledetta nostalgia canaglia!
"Chiedo scusa alla favola antica,
se non mi piace l'avara formica.
Io sto dalla parte della cicala,
che il più bel canto non vende, regala."
(G. Rodari)
giovedì 8 agosto 2013
istantanee: oniriche. cose dell'altro mondo
Vi dico che questa mattina una collega è venuta in ufficio.
.."embè? che c'è di strano!?" bofonchierete voialtri girandovi distrattamente dall'altra parte per cercare refrigerio dall'afa..
Insisto. Questa mattina una collega è venuta in ufficio con il suo portafoglio.
..allora forzati a pensare nel caldo umido e appiccicoso di agosto dalla mia insistenza e da questo messaggio poco chiaro e ripetitivo vi lascerete andare e senza pensieri critici vi direte "vabbè, sentimo che vole. basta che la famo finita co' 'sta tiritera.."..
questa mattina una collega è venuta in ufficio con il suo portafoglio che ieri aveva perso in metropolitana.
..e d'un tratto le sinapsi sono certo si desteranno dal torpore estivo e confuse cominceranno ad arruffare concetti come mattoncini per tirar su un'idea "portafoglio, metro, mare, perduto, collega, gelato, impossibile!, letto, sonno..."
questa mattina una collega è venuta in ufficio con il suo portafoglio che ieri aveva perso in metropolitana e che un passeggero ha trovato e riconsegnato agli agenti della metropolitana non prima di aver prelevato il compenso ritenuto dovuto.
..non potrete che convenire con me che mangiare un gelato in metropolitana rimanendo ancora a letto a dormire e ritrovare il portafoglio che una collega aveva perduto proprio li accanto a dove siedevate voi è stato un gran colpo di fortuna perchè dopo esservi ricompensati coi suoi soldi per averlo difeso dagli assalti degli altri passeggeri e portato in salvo consegnandolo agli agenti della metro a costo del vostro gelato usato per combattere strenuamente vi ha dato l'opportunità di comprarvene un'altro, giustamente meritato.
va tutto bene. sono solo cose dell'altro mondo. onirico, appunto.
(Milano,7 agosto 2013. Una collega ha ritrovato in metro il suo portafoglio perduto almeno 9 ore prima. Trovato da un passeggero il portafoglio è stato consegnato senza soldi agli agenti della metropolitana)
.."embè? che c'è di strano!?" bofonchierete voialtri girandovi distrattamente dall'altra parte per cercare refrigerio dall'afa..
Insisto. Questa mattina una collega è venuta in ufficio con il suo portafoglio.
..allora forzati a pensare nel caldo umido e appiccicoso di agosto dalla mia insistenza e da questo messaggio poco chiaro e ripetitivo vi lascerete andare e senza pensieri critici vi direte "vabbè, sentimo che vole. basta che la famo finita co' 'sta tiritera.."..
questa mattina una collega è venuta in ufficio con il suo portafoglio che ieri aveva perso in metropolitana.
..e d'un tratto le sinapsi sono certo si desteranno dal torpore estivo e confuse cominceranno ad arruffare concetti come mattoncini per tirar su un'idea "portafoglio, metro, mare, perduto, collega, gelato, impossibile!, letto, sonno..."
questa mattina una collega è venuta in ufficio con il suo portafoglio che ieri aveva perso in metropolitana e che un passeggero ha trovato e riconsegnato agli agenti della metropolitana non prima di aver prelevato il compenso ritenuto dovuto.
..non potrete che convenire con me che mangiare un gelato in metropolitana rimanendo ancora a letto a dormire e ritrovare il portafoglio che una collega aveva perduto proprio li accanto a dove siedevate voi è stato un gran colpo di fortuna perchè dopo esservi ricompensati coi suoi soldi per averlo difeso dagli assalti degli altri passeggeri e portato in salvo consegnandolo agli agenti della metro a costo del vostro gelato usato per combattere strenuamente vi ha dato l'opportunità di comprarvene un'altro, giustamente meritato.
va tutto bene. sono solo cose dell'altro mondo. onirico, appunto.
(Milano,7 agosto 2013. Una collega ha ritrovato in metro il suo portafoglio perduto almeno 9 ore prima. Trovato da un passeggero il portafoglio è stato consegnato senza soldi agli agenti della metropolitana)
domenica 21 luglio 2013
istantanee: nel metrò giallo
Conosco il gioco che sta mandando in trip due bambini sul metrò. Istruzioni per due giocatori:
- il palmo destro del primo giocatore sbatte contro il palmo sinistro del secondo giocatore;
- il palmo sinistro del primo giocatore sbatte contro il palmo destro del secondo giocatore;
- entrambi i palmi sinistro e destro del primo giocatore sbattono all'unisono i palmi sinistro e destro del secondo giocatore. Quest'ultimo movimento si fà una volta al primo giro, due volte al secondo giro, tre volte al terzo giro, quattro volte al quarto giro, cinque volte al quinto giro e così via finchè non si sbaglia. Ovvero finchè mani, occhi e cervello dei giocatori restano sincronizzati, concentrati a tenere tempo e ritmo. Ma se perdono l'uno o l'altro, tempo o ritmo, o entrambi, tempo e ritmo, le mani si confondono, il cervello flippa, gli occhi s'incrociano ed inesorabilmente si sbaglia. E ai giocatori non resta che ricominciare rigorosamente da uno.
I due bambini sul metrò sono super concentrati. Lei è vestita di giallo. Lui di blu. Sono piccoli e superati i primi quattro giri cominciano a flippare. Quindi sbagliano. Dunque ricominciano. La bambina vestita di giallo è chiaramente più ferrata in matematica dato che sà contare almeno fino a dieci. Il bambino vestito di blu invece arranca e dopo il quattro va a caso. Non vuole essere da meno della sorella, ne imita il ritmo e sbatte i palmi cercando di intuire quando si deve fermare. Senza fortuna. I suoi palmi arrivano infatti sistematicamente in ritardo e si schiantano contro il naso della bambina. Lei prende d'un tratto in mano la situazione. Comincia a gestire il gioco e contando ad alta voce sbatte instancabilmente i suoi palmi contro quelli del fratello che si arrende, sorridente, mani in alto e palmi fermi in balia della furia gialla che urla e fatica, fatica e urla. Costi e benefici della conoscenza e dell'ignoranza. La fermata come al solito arriva puntuale, a Milano più che mai. La madre li chiama e loro smettono di giocare ai grandi. Per fortuna..
- il palmo destro del primo giocatore sbatte contro il palmo sinistro del secondo giocatore;
- il palmo sinistro del primo giocatore sbatte contro il palmo destro del secondo giocatore;
- entrambi i palmi sinistro e destro del primo giocatore sbattono all'unisono i palmi sinistro e destro del secondo giocatore. Quest'ultimo movimento si fà una volta al primo giro, due volte al secondo giro, tre volte al terzo giro, quattro volte al quarto giro, cinque volte al quinto giro e così via finchè non si sbaglia. Ovvero finchè mani, occhi e cervello dei giocatori restano sincronizzati, concentrati a tenere tempo e ritmo. Ma se perdono l'uno o l'altro, tempo o ritmo, o entrambi, tempo e ritmo, le mani si confondono, il cervello flippa, gli occhi s'incrociano ed inesorabilmente si sbaglia. E ai giocatori non resta che ricominciare rigorosamente da uno.
I due bambini sul metrò sono super concentrati. Lei è vestita di giallo. Lui di blu. Sono piccoli e superati i primi quattro giri cominciano a flippare. Quindi sbagliano. Dunque ricominciano. La bambina vestita di giallo è chiaramente più ferrata in matematica dato che sà contare almeno fino a dieci. Il bambino vestito di blu invece arranca e dopo il quattro va a caso. Non vuole essere da meno della sorella, ne imita il ritmo e sbatte i palmi cercando di intuire quando si deve fermare. Senza fortuna. I suoi palmi arrivano infatti sistematicamente in ritardo e si schiantano contro il naso della bambina. Lei prende d'un tratto in mano la situazione. Comincia a gestire il gioco e contando ad alta voce sbatte instancabilmente i suoi palmi contro quelli del fratello che si arrende, sorridente, mani in alto e palmi fermi in balia della furia gialla che urla e fatica, fatica e urla. Costi e benefici della conoscenza e dell'ignoranza. La fermata come al solito arriva puntuale, a Milano più che mai. La madre li chiama e loro smettono di giocare ai grandi. Per fortuna..
lunedì 13 maggio 2013
istantanee: lo straniero
..ci vuole poco perchè l'imbarazzo iniziale sparisca. Una donna con le sopracciglia segnate da cicatrici rituali, credo, mi immagino sia così, mi si avvicina e mi offre del tè alla fine di un pasto luculliano. Lei viene dopo altre che si sono preoccupate di rendere il mio stare tra loro piacevole e caloroso. Quelle donne vestite tutte di bianco, di verde e di rosso che mi avevano conquistato e guidato col loro canto sentito per caso da lontano perchè io mi ero ufficialmente perso dentro il parco Paolo Pini. Appena arrivato davanti al civico 45 chiedo informazioni ad un gruppo di uomini che mi dicono di essere diretti al campo di calcio per una partita. Naturalmente mi aggrego. Facciamo due chiacchiere, mangio un gelato mentre loro si preparano alla partita. Poi mi allontano e girovago per il parco quando appunto perdo l'orientamento. Giro e rigiro quando le sento in lontananza e piano piano mi avvicino. Ed eccole ballare girando in tondo muovendosi all'unisono e cantando una litania dolce rotta ogni tanto da quel suono che fanno con la lingua. Suono che non si può davvero scrivere!
"Ma che si festeggia oggi?" chiedo a un uomo che avevo avvicinato.
"Ma.. oggi si festeggia Gesu' " mi dice "festeggiamo tre settimane la prima quando muore la seconda quando rinasce e questa la terza ma non so bene. Io in verità sono qui per loro" e punta il dito e lo sguardo ai figli che, appesi al maniglione antipanico della porta, regolavano il traffico in entrata e in uscita dal patio. Due enormi occhi mi fanno strada e mi consentono di uscire. Mi tuffo in un mare di odori e di colori. "Vuoi mangiare la lasagna?" mi chiede una donna vestita di bianco e di rosso. "No veramente vorrei per favore quello li" ed indico il pane sul piatto. Una specie di piadina. "Ah vuoi lo zighini!" (zighini scritto come pronunciato, anzi nella pronuncia forse ci sono meno "i"). "Si si voglio proprio quello!" faccio io con una certa padronanza di me ma vengo subito preso in castagna. "Sai cos'è?" mi chiedono ed io ammetto a bassa voce "no...". La donna mi guarda come per dire "ma questo da dove è spuntato.." e insiste "ma è piccante! sei sicuro che non vuoi la lasagna?", "no grazie" rispondo io testardo "vorrei proprio lo zigrinì per favore". Camuffo l'errore di pronuncia con un sorriso. Mi prendono la sedia, mi portano il cibo, mi offrono acqua, cocacola, mistrà, arance, piselli e caffè. Mi trattano da re sebbene non fossi che uno straniero e fossi per giunta tutto sdrucito. D'altra parte venivo da una 24 ore in quel di Magenta a spillare birre ad festa popolare locale. Le saluto e non riesco credo a dire loro veramente il grazie che vorrei per avermi riservato questa familiare accoglienza. Sulla strada per il ritorno, un bambino con la maglietta dell'uomo ragno scappa dalla madre e dalla nonna allontanandosi sparandogli, anzi immaginando di sparargli contro le sue ragnatele appiccicose. Chissà se alla fine è riuscito a seminarle...
domenica 12 maggio 2013
"prender trecce per tracce"
A prender trecce per tracce il mondo sarebbe più bello.
Il cacciatore troverebbe moglie invece di un uccello
e cambierebbe mestiere.
La guardia si innamorerebbe del ladro e non ci sarebbero più sirene.
E a scuola si verrebbe con meno sudore perché invece di scriver temi
si cercherebbe l'amore.
Non s'arrabbino maestri e professori se il mondo è più bello quando è
pieno di errori.
[Nota. Questa semplice filastrocca nasce da un piccolo errore grammaticale di Sabrina, amica, collega e compagna della scuola popolare Pigneto-Prenestino c/o CSOA EX-SNIA Viscosa di Roma. Errore che ha scatenato la mia fantasia.]
sabato 2 marzo 2013
istantanee: fotografiche
Non ci si può abbandonare all'abitudine se si guardano le cose come fossero sempre nuove. Questo ho pensato oggi mentre passeggiavo percependo la familiarità di un lontano cugino nelle strade che mi portano dove sono diretto quando mi distrae la punta della coda di un gatto che mi passa davanti a velocità supersonica. Faccio giusto in tempo ad immaginarmela che già è lontano due metri da me che cammina più lentamente assestandosi su un bordo di giardino che a mala pena accoglie le sue zampe affiancate ondeggiando con grazia e morbidezza. Che bello! Ma non mi fermo e tiro dritto che penso fermati! torna indietro a guardare quella meraviglia! Ma niente. Il corpo asseconda il tempo che fugacemente conta se stesso e fisso questa istantanea in testa. Click!
Sono sempre sui miei passi, direzione nota, mi aspetta il pescivendolo e le sue sogliole per farne scorta. Incrocio un parco, uno di quelli coi giochi per i bambini che puntualmente ci sono. Non potrebbe essere concepito un parco coi giochi per bambini senza gli stessi, giochi e bambini, e se mi ci trovassi in mezzo senza gli uni o gli altri penserei che fosse un'opera abbandonata e incompleta. Invece è pieno, vivo, animato dagli occhi dei bambini che, scendendo dagli scivoli in tutte le posizioni possibili ed impossibili, sono puntati come fari sulla faccia e le reazioni dei loro guardiani-educatori. Sperimentazioni. Se non mi dicono niente allora lo posso rifare altrimenti mi tocca sentirne le sviolinate. Non si fa questo, non si fa quello. Uffa, ma io sono un esploratore, non posso fermarmi, non puoi fermarmi! Immagino. Sono proprio rapito da quelle facce furbe e sorridenti. Click!
Come rapito mi sembra l'uomo anziano che incrocio sulla via. Andatura lenta, appoggiato alla stampella, un passo dopo l'altro dopo l'altro. Sguardo puntato sugli scivoli ed un gran berretto di lana rosso-nero con su scritto Milan! Mi sorprende la vivacità dei colori che spezza la monotonia del suo abbigliamento grigio-verde e mi sorprendo a pensarlo tifoso allo stadio. Click!
Faccio giusto in tempo a godermi le braccia aperte di un nipote riempito di baci dal nonno che mi ritrovo colle sogliole in mano. 23,90euro al chilo. Ci posso stare.
Vorrei avere sempre la mia macchina fotografica con me anzi meglio vorrei poter scattare una foto con un batter di palpebre ogni volta che voglio per cogliere l'attimo. Click!
Sono sempre sui miei passi, direzione nota, mi aspetta il pescivendolo e le sue sogliole per farne scorta. Incrocio un parco, uno di quelli coi giochi per i bambini che puntualmente ci sono. Non potrebbe essere concepito un parco coi giochi per bambini senza gli stessi, giochi e bambini, e se mi ci trovassi in mezzo senza gli uni o gli altri penserei che fosse un'opera abbandonata e incompleta. Invece è pieno, vivo, animato dagli occhi dei bambini che, scendendo dagli scivoli in tutte le posizioni possibili ed impossibili, sono puntati come fari sulla faccia e le reazioni dei loro guardiani-educatori. Sperimentazioni. Se non mi dicono niente allora lo posso rifare altrimenti mi tocca sentirne le sviolinate. Non si fa questo, non si fa quello. Uffa, ma io sono un esploratore, non posso fermarmi, non puoi fermarmi! Immagino. Sono proprio rapito da quelle facce furbe e sorridenti. Click!
Come rapito mi sembra l'uomo anziano che incrocio sulla via. Andatura lenta, appoggiato alla stampella, un passo dopo l'altro dopo l'altro. Sguardo puntato sugli scivoli ed un gran berretto di lana rosso-nero con su scritto Milan! Mi sorprende la vivacità dei colori che spezza la monotonia del suo abbigliamento grigio-verde e mi sorprendo a pensarlo tifoso allo stadio. Click!
Faccio giusto in tempo a godermi le braccia aperte di un nipote riempito di baci dal nonno che mi ritrovo colle sogliole in mano. 23,90euro al chilo. Ci posso stare.
Vorrei avere sempre la mia macchina fotografica con me anzi meglio vorrei poter scattare una foto con un batter di palpebre ogni volta che voglio per cogliere l'attimo. Click!
sabato 16 febbraio 2013
istantanee: il daimon dialettale
Milano. Sono al mercato rionale del mio quartiere. Finora popolato da extraterrestri parlanti una lingua incomprensibile, oggi al mercato c'era la gente che conosco, incontro e saluto. Riesco a scambiare battute comprese e ribattute che si muovono sul ponte della comunicazione.
D'accordo, so dove sono: anche puntando il dito sul prodotto riuscirei a portarmelo a casa. E poi basta pagare. Ma oggi è diverso.
C'è il sole.
Non nascondo la mia cadenza finora timidamente coperta pensando di far bene così per farmi capire. Una delicatezza di cui solo io m'accorgo. Artefice involontario perchè si sà paese che vai usanze che trovi.
"Me darebbe un po' de costa de sedano?"
Le labbra, i denti, la bocca, tutto il corpo, lo sento lo percepisco, all'unisono accompagnano e si mescolano alla cadenza che è mia. Mi appartiene. Sebbene a Roma chi mi conosce mi dica che non sembro per niente romano, e pure a Milano me lo dicono, pazienza. A me piace così.
Sento, non rappresento, non voglio essere una caricatura. Mi paro di fronte alla gente, non mi nascondo, il più spontaneamente romano possibile. Il daimon dialettale si manifesta.
"Imparerai a parlare romano" mi ha detto Alessandra una volta. Non avevo capito a cosa mi sarebbe servito. Faccio ancora pratica.
E non dimentico
D'accordo, so dove sono: anche puntando il dito sul prodotto riuscirei a portarmelo a casa. E poi basta pagare. Ma oggi è diverso.
C'è il sole.
Non nascondo la mia cadenza finora timidamente coperta pensando di far bene così per farmi capire. Una delicatezza di cui solo io m'accorgo. Artefice involontario perchè si sà paese che vai usanze che trovi.
"Me darebbe un po' de costa de sedano?"
Le labbra, i denti, la bocca, tutto il corpo, lo sento lo percepisco, all'unisono accompagnano e si mescolano alla cadenza che è mia. Mi appartiene. Sebbene a Roma chi mi conosce mi dica che non sembro per niente romano, e pure a Milano me lo dicono, pazienza. A me piace così.
Sento, non rappresento, non voglio essere una caricatura. Mi paro di fronte alla gente, non mi nascondo, il più spontaneamente romano possibile. Il daimon dialettale si manifesta.
"Imparerai a parlare romano" mi ha detto Alessandra una volta. Non avevo capito a cosa mi sarebbe servito. Faccio ancora pratica.
E non dimentico
giovedì 31 gennaio 2013
istantanee: sugli effetti della nebbia
Nebbia, nebbia, nebbia. Così questa mattina la giornata è spuntata al di là delle mie finestre. Apro. Chiudo. Riapro. C'è sempre lo stesso muro d'acqua vaporizzato. Nebbia, nebbia, nebbia. Che non basta dirlo solo una volta. Nebbia, nebbia, nebbia che una volta pensavo che la sua presenza e densità dipendessero da quanto buone erano le persone. Più sono buone e meno nebbia vedono la mattina quando aprono le finestre, mi dicevo. Vai a capire perchè.
Mentre mangio i biscotti oswego che ho comprato a Milano mi dico che non hanno per niente il sapore degli oswego che mangiavo a Roma eppure hanno la medesima forma e il medesimo nome. Sarà la nebbia penso.
M'incammino direzione stazione e so che ad attendermi ci sarà il popolo delle gru dai colli lunghi e mi preparo vestendo i panni dell'esploratore. I membri di questo popolo hanno sempre la testa china sulle mani con un'angolazione variabile. Come se pregasse ognuno regge tra le mani un libro, sia in piedi sia seduto. Ma c'è anche chi, ed è qualcuno di più alto nella loro gerarchia sociale ne sono certo, non solo prega ma è anche direttamente in contatto audio con il suo qualcuno e dunque oltre a leggere ascolta la voce direttamente nelle orecchie in un vortice estatico audio-visivo. Nel tragitto che mi porta al treno la nebbia nebbia nebbia è molto fitta che non vedo a venti metri da me tuttavia c'è qualcosa che mi porta a pensare che oggi sarà una bella giornata. Proprio come so che splenderà il sole quando la mattina Monte Mario è completamente coperto dalla nebbia così questa nebbia nebbia nebbia di Milano si lascia osservare e semina qualche indizio. Io sto al gioco, curioso. Allora quando la nebbia brilla di luce scommetto che ci sarà il sole. Viceversa, caro me, non c'è speranza. Oggi ci sarà il sole, penso. E mentre mi gusto questo pensiero e l'attesa del bel tempo mi desto sentendo il rumore inconfondibile di chi sta raccogliendo le energie liquide da tutti i propri cavi orali. Il rumore di chi è quasi pronto a mollare una bella cozza sul marciapiede. Il rumore per intenderci che è molto simile a quello di una caffettiera ma super concentrato, rapido ed intenso. Il tempo che mi separa dal vederlo dipende naturalmente da quanto lui vorrà conservarselo giocherellandoci. Guardo quel poco che si riconosce intorno a me cercando di capire chi è l'uomo che sta per sganciare ma niente. D'un tratto vedo una donna avvicinarsi ad un secchione ed elegantemente sputacchiare 'sto figlio mucoso. Sarà la nebbia, penso.
Mentre mangio i biscotti oswego che ho comprato a Milano mi dico che non hanno per niente il sapore degli oswego che mangiavo a Roma eppure hanno la medesima forma e il medesimo nome. Sarà la nebbia penso.
M'incammino direzione stazione e so che ad attendermi ci sarà il popolo delle gru dai colli lunghi e mi preparo vestendo i panni dell'esploratore. I membri di questo popolo hanno sempre la testa china sulle mani con un'angolazione variabile. Come se pregasse ognuno regge tra le mani un libro, sia in piedi sia seduto. Ma c'è anche chi, ed è qualcuno di più alto nella loro gerarchia sociale ne sono certo, non solo prega ma è anche direttamente in contatto audio con il suo qualcuno e dunque oltre a leggere ascolta la voce direttamente nelle orecchie in un vortice estatico audio-visivo. Nel tragitto che mi porta al treno la nebbia nebbia nebbia è molto fitta che non vedo a venti metri da me tuttavia c'è qualcosa che mi porta a pensare che oggi sarà una bella giornata. Proprio come so che splenderà il sole quando la mattina Monte Mario è completamente coperto dalla nebbia così questa nebbia nebbia nebbia di Milano si lascia osservare e semina qualche indizio. Io sto al gioco, curioso. Allora quando la nebbia brilla di luce scommetto che ci sarà il sole. Viceversa, caro me, non c'è speranza. Oggi ci sarà il sole, penso. E mentre mi gusto questo pensiero e l'attesa del bel tempo mi desto sentendo il rumore inconfondibile di chi sta raccogliendo le energie liquide da tutti i propri cavi orali. Il rumore di chi è quasi pronto a mollare una bella cozza sul marciapiede. Il rumore per intenderci che è molto simile a quello di una caffettiera ma super concentrato, rapido ed intenso. Il tempo che mi separa dal vederlo dipende naturalmente da quanto lui vorrà conservarselo giocherellandoci. Guardo quel poco che si riconosce intorno a me cercando di capire chi è l'uomo che sta per sganciare ma niente. D'un tratto vedo una donna avvicinarsi ad un secchione ed elegantemente sputacchiare 'sto figlio mucoso. Sarà la nebbia, penso.
sabato 19 gennaio 2013
istantanee: l'uomo onderadioblu
Milano. Una mattina di gennaio. Sono le 8:50 e sono in stazione perchè a quest'ora passa il treno. Potrebbe essere qualunque altra ora ma il treno a quell'ora non passerebbe ed io non mi troverei in stazione ad aspettarlo. Intanto si son già fatte le 8:55 a pensare alle cose del mondo e salgo sul treno che nel frattempo è arrivato e aspetta a braccia conserte che io mi desti sbuffando e battendo i piedi sulle rotaie. Chiude le porte e salutiamo una splendida giornata di sole, finalmente dopo tanti giorni in cui uno dice mica può esserci sempre 'sta massa compatta di nuvole ed invece alla fine ci credi pure che potrebbe essere così lineare colla sola eventualità che invece di piovere nevichi a fiocchi tripli. Ed invece ecco la giornata che non ti aspetti, la giornata che ti accompagna luminosa e azzurra e anche se sono in ufficio uno sguardo alla finestra ed every little things gonna be all right. Sono sul treno e c'è sempre un fiume di gente che sale e scende. Posso far parte del fiume che sale o del fiume che scende. E finchè sono sul treno faccio parte del treno e sono come una sedia, il bagno, il controllore, il biglietto stretto nelle mani. Io sono in piedi insieme a decine di altre persone facendo effetto stalla riscaldandoci reciprocamente. Prendendo il treno sempre alla stessa ora condivido il viaggio più o meno con le stesse persone, ne vedo i cambiamenti giornalieri e gli umori e, poichè non ho altro di meglio da fare, mi immagino la vita che possono fare e un po' mi ci affeziono.
C'è un giovane uomo colla barba e il zuccotto di lana calato sugli occhi sempre solo sempre colla musica alta puntata dritta nei timpani concentrato sguardo fisso sul suo mondo di note. Oggi però era con la madre che gli parlava o meglio cercava di farlo perchè il figlio stava li assente come se ascoltasse anzi cercasse la sua musica che non c'era immaginandosene le note sintonizzando le sue antenne onderadioblu. Allora la madre gli passa una mano davanti alla faccia su e giù cercando di cogliere quell'attimo di presenza o esistenza dal figlio per rincuorarla che non sia diventato uno zombi. Il figlio invece forse non aspetta altro che arrivi la fermata della madre per infilarsi nuovamente il casco alienatore e ritornare a casa. E così come inevitabilmente accade quando sei su un treno la fermata della madre arriva. Lei scende. Lui calza le cuffie spaziali e sparisce con soddisfazione guardandosi intorno come se proprio quel gesto paradossalmente gli abbia permesso di accorgersi della gente che ha intorno giusto il tempo che basta per dirle "state bene così. Nano nano!". Nano nano uomo spaziale, piatto messicano molto piccante.
C'è un giovane uomo colla barba e il zuccotto di lana calato sugli occhi sempre solo sempre colla musica alta puntata dritta nei timpani concentrato sguardo fisso sul suo mondo di note. Oggi però era con la madre che gli parlava o meglio cercava di farlo perchè il figlio stava li assente come se ascoltasse anzi cercasse la sua musica che non c'era immaginandosene le note sintonizzando le sue antenne onderadioblu. Allora la madre gli passa una mano davanti alla faccia su e giù cercando di cogliere quell'attimo di presenza o esistenza dal figlio per rincuorarla che non sia diventato uno zombi. Il figlio invece forse non aspetta altro che arrivi la fermata della madre per infilarsi nuovamente il casco alienatore e ritornare a casa. E così come inevitabilmente accade quando sei su un treno la fermata della madre arriva. Lei scende. Lui calza le cuffie spaziali e sparisce con soddisfazione guardandosi intorno come se proprio quel gesto paradossalmente gli abbia permesso di accorgersi della gente che ha intorno giusto il tempo che basta per dirle "state bene così. Nano nano!". Nano nano uomo spaziale, piatto messicano molto piccante.
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