giovedì 1 settembre 2011

il pomodoro e il pescatore

Settembre. Camminnavo lungo il Tevere facendo ritorno a casa anche se avrei incrociato e parlato con diversi amici prima di metterci effettivamente piede. Insomma mentre camminavo lungo il Tevere incrocio lo sguardo con un pomodoro. Non era per terra. Non era uno di quelli che un fruttivendolo potrebbe aver buttato via perchè marcio. E non era un pomodoro di quelli che si portano ai picnic e che si lasciano perchè "tesoro, proprio questo pomodoro non mi va. Lo vuoi te (e qui scattano gli occhi dolci da cerbiatto) o lo diamo ai pesci ratto del Tevere?". Insomma non era un vegetale pronto per essere consumato. Era un pomodoro vivo! Appeso alla pianta da cui ha avuto origine e che continuava ad alimentarlo, ancora nel momento in cui lo stavo osservando. Era un pomodoro rosso e longilineo, come un sammarzano. Accanto ce n'era uno più piccolo ed ancora acerbo e poi ancora un altro ma era appena un'idea. La pianta madre del pomodoro rosso vivo si era appesa alla vita incastrandosi tra le pietre dell'argine (che per intederci è l'argine di sinistra avendo le spalle a San Pietro un po' dopo il ponte che porta a piazza Navona). "Pazzesco!" ho pensato e mi sono immaginato un pomodoro che cadeva da un barcone e fracassandosi sputacchiava i semi un po' qui e un po' li e uno di questi, forse grazie ad una giornata di piena del fiume, si andava ad infilare proprio nell'argine nel punto sopra cui stavo passando. Vedo questa piantina di pomodoro sbucare tra la variegata vegetazione teverina e penso che quel pomodoro mai avrebbe pensato di nascere proprio lì, in un posto tutto sommato scomodo, isolato e per niente fertile, insomma privo dell'ambiente ideale per crescere. Vallo a dire agli agricoltori! Ed invece era lì ed era un pomodoro meraviglioso e tutte le sue caratteristiche lo rendevano ancora più bello e illuminante. In un lampo la mente si è tuffata in un'altra storia. Quella di un pescatore che accetta un consiglio da un uomo che tutto sapeva fare tranne che pescare. "Non hai preso niente oggi eh?" dice l'uomo. E il pescatore bofonchia "eh no, sgrunt! le reti suono vuote. oggi i pesci non mangiano..bevono". Mi fermo un secondo per pensare a quando avevo già sentito dire questa battuta che si vede è comune tra i pescatori ma la storia continua e io non voglio perdermela. "Getta di nuovo le reti in mare e vedi che succede" fà l'uomo al pescatore. Ed il pescatore invece di mandarlo a quel paese, avendone tutto il diritto, s'è fidato e sebbene avesse lavorato infruttuosamente tutto il giorno ha ripreso le reti appena riordinate, ha ripreso la barca appena ormeggiata e si è rimesso a pescare nonostante fosse quasi sera. A stento pure lui credeva di aver potuto prendere così tanti pesci da far quasi affondare la barca in così breve tempo. Ha chiamato anche gli amici che stavano lì a bocca aperta meravigliati perchè condividessero questa meraviglia: "Aho! Che volemo fà? Aspettate che ve caschino in bocca o me venite a dà 'na mano? Daje!" mi immagino il pescatore colla bocca piena di felicità rivolgersi così agli amici. Sicuro io glielo avrei detto aggiungendo qualche "cazzo" qui e li. Penso e ci ripenso e mi chiedo "sono capace ad abbandonarmi ed affidarmi alle parole delle persone come ha fatto quel pescatore? Sono capace ad abbandonarmi e affidarmi alla vita come ha fatto quella meraviglia di pomodoro?". Mi chiedo se è davvero possibile abbandonarsi ed affidarsi in questo modo oggigiorno. E' davvero possibile essere pomodoro e pescatore?

mercoledì 17 agosto 2011

sguardi: istruzioni per l'uso

Una serata d'agosto. Youssouf ed io facciamo ripetizioni di aritmetica alla snia. Un etto di addizioni tagliate fine, mezzo litro di moltiplicazioni, qualche sottrazione per gradire, tabelline ed equivalenze q.b. e poi giriamo e facciamo cuocere a fuoco lento.
Youssouf mi dice che per fare le tabelline, ad esempio quella dell'8 che è "veramente difficile", lui e i suoi amici maliani quando ancora viveva in Mali erano abituati a scrivere tante sbarrette verticali sia per contare il numero da moltiplicare, in questo caso l'8, sia per calcolare la moltiplicazione da fare. Mi spiego meglio per calcolare 8 x 2 lui di solito scriveva su un quaderno questo: |||||||| ||||||||. Figuratevi se doveva farsi tutta la tabellina ci sarebbe potuto rimanere tutto il giorno. "Te lo scordi" gli dico "se pensi di metterti a scrivere tutte ste sbarrette come i carcerati. Devi imparare a fare i calcoli a mente!". E mi sorprende Youssouf perchè si trova un meccanismo tutto suo che mi sembra geniale: avere un punto di riferimento nel mare della tabellina. Ad esempio per la tabellina dell'8 sa con certezza e in fretta che 8 x 5 = 40. Le moltiplicazioni prima e dopo il 5 diventano semplici. Cioè non sempre ma mi sembra questa un'ottima intuizione.
Finiamo la rispetizione e ci dirigiamo verso il cancello che è chiuso. "E mo?" faccio io. "Chiamo Balablè!" risponde Youssouf. "Balable? Balà con gli occhi sempre semichiusi che non ti guarda mai in faccia?" chiedo io. "Si lui, Balable!" mi dice Youssouf. Infatti Balablè non mi guarda mai in faccia quando gli parlo anche dopo esserci stretti vicendevolmente e lungamente la mano con grandi pacche e sorrisi a contorno. Non c'è niente da fare: parliamo e lui mi schifa sempre, non mi guarda mai. Nemmeno a lezione! Poi mi accorgo che Balablè non guarda nemmeno Youssouf mentre scherzano e Youssouf gliene dice di tutti i colori per via della bicicletta e della sua pancia. C'è un vizio di forma allora! Chiedo a Youssouf come mai Balablè non guardi negli occhi i suoi interlocutori e Youssouf mi spiega che è normale in Africa che le persone non si guardino negli occhi. E' una questione di rispetto. Guardarsi negli occhi invece è sintomo di maleducazione o di provocazione. Dunque se due uomini si guardano dritto negli occhi si può stare sicuri che voleranno botte da orbi prima o poi. Mentre se avrete occasione di vedere un adulto suonarle ad un ragazzo apparentemente senza motivo allora potrete mettere in conto l'eventualità che il giovane abbia maleducatamente fissato l'adulto che risentito di tanta arroganza ha pensato bene di insegnarli le buone maniere. Buone almeno nel suo emisfero. "Dunque" gli chiedo "quando parliamo e io ti guardo negli occhi tu sei a disagio?". "Alcune volte si" mi confessa Youssouf. Allora io comincio a guardarlo fisso qualunque cosa mi dice o gli dica. E lui giù a ridere insieme a me, senza guardarmi però. "Sto imparando un po' a fare come voi" ammette Youssouf ma la prova del nove ancora deve arrivare: i saluti. Quando ci salutiamo infatti non possiamo fare a meno di provare ad imitare i costumi dell'altro. Allora Youssouf prova a guardarmi ma è più forte di lui non ci riesce e fissa il palo della luce che si trova alle mie spalle. Io provo a non guardarlo ma non gliela fò e sistematicamente guardo dritto negli occhi Youssouf che sta sempre sintonizzato sul palo alle mie spalle. Non smettiamo un secondo di ridere e ci salutiamo finalmente con l'augurio di risentirci e rivederci presto, io Youssouf e il palo della luce.

sabato 30 luglio 2011

lo scienziato pescatore

E’ un pomeriggio di fine luglio e sono al lago. Mi sono portato da leggere l’invasione dei crociati vista dagli arabi. Le crociate sono un tema che mi interessa anzi mi intrippa soprattutto dopo aver visitato Istanbul. Istanbul ha cambiato la mia prospettiva, non più quella dell'osservatore occidentale ignorante e un po' sprovveduto ma quella degli invasi. Questo libro apre anzi squarcia la mia beata indifferenza ed interroga il mio senso di giustizia e ogni pagina che leggo fa montare un misto di rabbia, disgusto e delusione nei confronti dell’occidente che fu, ma a quanto pare è ancora dati i recenti avvenimenti norvegesi. Pensare che l’attuale europa abbia ripetutamente invaso, saccheggiato, violentato, mangiato, si mangiato altri uomini nascondendo colla Croce miseri e biechi interessi economici e personali mi fa rabbrividire. Anzi mi fa schifo. Rifletto e cerco chiavi di lettura per comprendere un presente fatto di jihad, uomini-bomba e di una difficile convivenza e tolleranza tra la religione cristiana e quella musulmana ed all'interno di quella musulmana tra sciiti e sunniti. Leggo e mi chiedo quanto l’atteggiamento ottuso degli europei dell’anno 1000 abbia modificato l’atteggiamento degli uomini e delle donne del mondo fino ad oggi. Pensare che le crociate siano state uno spartiacque per le relazioni internazionali attuali mi spaventa. Passando di palo in frasca, i libici avrebbero tutto il diritto di schifarci dopo le porcherie commesse dai nostri connazionali agli inizi del ‘900 per le proprie velleità coloniali: con il nostro comportamento abbiamo forse precluso un rapporto sano ed equo di collaborazione sociale ed economica. Per intenderci il mio maestro alle elementari mi ha inculcato una metodologia di calcolo delle sottrazioni che oggi applico con la naturalezza con cui faccio pipì. Se mi avesse insegnato a fare le sottrazioni a testa in giù io probabilmente dovunque mi trovassi farei le sottrazioni a testa in giù.

Sono quasi le 6 del pomeriggio quando l’arrivo dei pescatori mi distoglie dai miei pensieri. E' ufficialmente scattata l’ora del pescatore. Quando sono arrivato c’erano solo un paio di irriducibili che macinavano esche e lenze dalla mattina ma con poca fortuna avendo chiappato solo un paio di tinche. Il gesto tipico del pescatore è quello del lancio e del recupero della lenza e la sua qualità principale è l’attesa: tra il lancio ed il recupero possono trascorrere diverse decine di minuti ovvero pochi secondi, dipende dalla tecnica adottata. Una pesca con piombo e galleggiante è più statica di una pesca che chiamo “a traino” andando a memoria ma col dubbio che non sia il termine corretto per descrivere un’azione dinamica e continua di lancio e di recupero lento dell’esca a pelo d’acqua. Entrambi gli irriducibili pescatori avevano adottato la prima tecnica. Uno dei due in particolare mi ha ipnotizzato. Sembrava infatti un re con la lancia imbracciata. Seduto sul trono, una sedia di plastica bianca, emergeva un'enorme pancia abbronzata come del resto abbronzato era tutto il corpo a parte la folta zazzera argentata che contribuiva a rendere epica l’immagine che mi aveva rapito l'attenzione. Sempre seduto sul trono lanciava e recuperava senza soluzione di continuità ma anche senza prendere un pesce. Mi sono detto che forse l’inefficacia della sua pesca era l’epicentro della pesca stessa ovvero per questo re la pesca si risolveva nel lancio dell’esca, nell’attesa e nel suo recupero, nel lancio, nell’attesa e nel recupero, nel lancio, nell’attesa e nel recupero. E nella compagnia dei compari pescatori e delle donne rigorosamente alle loro spalle.
Ogni tanto mi distraggo. Delle anatre bianche invadono l’area di pesca in fila indiana ciascuna ripetendo chissà quali comandi impartiti dalla prima e ciascuna avventandosi sull’unica piccola preda che diventa pasto della più lesta o prepotente. Parrebbe che la fame renda alleati e nemici al contempo. I cani dei pescatori abbaiano ai pesci, o a se stessi riflessi nell’acqua. Una gabbianella fa le sue serali evoluzioni.
Lentamente i pescatori del lago si affiancano ai due irriducibili. Un giovanissimo pescatore, Sampei di fatto ma non di nome, subito domanda “oggi se chiappe?” e i due gli fanno eco “nun se chiappe mica”. Ora sono tutti schierati. Una piccola foresta di canne si muove all’unisono: tutti lanciano, tutti recuperano. “Oggi non se chiappa niente” dice uno. “I pesci devono aver mangiato la foglia” risponde un altro. "Oggi non mangiano. Bevono!" gli fa eco un terzo. L’attesa è riempita da brevi conversazioni, non impegnative, niente di serio che tolga concentrazione all'attività principale, la pesca. Intanto le mogli se la ridono alle spalle dei mariti in cerca di fortuna, o meglio in cerca di pesci.
Mentre questa legione di compari Don Quichotte combatte contro i mulini a vento arriva l’ennesimo pescatore. Il nuovo arrivato indossa una camicia a quadri, dei pantaloni leggeri, un marsupio e ovviamente una canna da pesca. Solo una canna da pesca, niente altro che una canna da pesca. Ha un abbigliamento classico che indosserebbe chiunque per fare tutt'altro: escursioni, trekking, un viaggio.  Barba lunga e capelli grigi si esprime con un tono che mi ricorda Nanni Moretti. Insomma non sembrerebbe un pescatore se non fosse per la canna. Prepara la sua lancia ma non lancia. “Ora c’è troppo vento” dichiara e si mette in attesa del momento propizio. Si siede, chiacchiera con gli altri compari e colle mogli dei compari, come fosse al bar e non a pescare. D’un tratto si fa serio, si alza e lancia. L’esca è in acqua, sembrerebbe come quelle di tutti gli altri compari pescatori intorno a lui. Ma lui ritira con la sorpresa di tutti i presenti: un pesce ha abboccato! Per niente imbarazzato dagli sguardi altrui, rilancia l’esca e poco dopo ritira: un altro pesce ha abboccato. Rilancia e ritira con un altro pesce all'amo. Rilancia e ritira e l’ennesimo pesce è rimasto stregato dalla sua esca magica. I compari pescatori sono li che bofonchiano. “Tutta fortuna” dicono, “son pesci piccoli” si giustificano. Lui, sorridente e serafico, gli risponde “Miei cari, questa è scienza! Mica siamo fatalisti”.
Prima di abbandonare il campo il re panciuto ammette “ce fai rimanè tutti a bocca aperta, quello che dici s’avvera”. “Mio caro” gli risponde sorridendo lo scienziato pescatore, “il pesce ci parla, ci dice quello che vuole. Dobbiamo solamente saperlo ascoltare”. Chiaro no?

giovedì 7 luglio 2011

uno, nessuno, centomila

Prologo.
Una domenica di luglio. Sono in bici. E' pomeriggio e pedalo per andare a leggere a villa celimontana. Almeno ci provo. Sò già che mi prenderà un attacco acuto di pennica e dunque alla peggio avrò fatto cambiare aria al libro. Sulla strada per la pennica incrocio l'insegna di una vineria. Cordon rouge. Mi piace ma non solo. Mi addormento, ovviamente, ed il nastro unisce le storie di Lubna, di Federica e di Salvatore con la mia.

Storia di Lubna.
E' il 27 giugno 2011, è il giorno in cui alla scuola di italiano per stranieri del csoa ex snia si consegnano glli attestati di frequenza o di frequentazione come ci piace chiamarli per rendere l'idea di una comunità piuttosto che di un'istituzione. Arrivo alla snia nel tardo pomeriggio dopo il lavoro retribuito e mi accolgono i grandi occhi di Lubna. Lubna mi racconta il suo pomeriggio trascorso tra i fornelli a governare le attività necessarie per cucinare. Ci sono tutti gli insegnanti a farle compagnia e a fare tanta bassamanovalanza ai suoi ordini. Il capo chef Lubna di mestiere, in realtà, fà la moglie e la casalinga ma alla snia ha scoperto di potersi emancipare, di poter insomma cercare di cambiare la propria vita altrimenti scritta già nei libri della sua cultura di origine, quella bengalese. Questo mi piace pensare. Trascorro il tempo alla cassa e mi passano davanti decine di occhi e decine di interrogativi ai quali rispondo anche alle volte non sapendo nemmeno bene come ma con tanta sicurezza. Riesco comunque a mangiare le delizie preparate da Lubna. Deliziose! Chiusa la cassa, archiviato il lavoro non retribuito (ma sarà poi così?), mi butto nelle danze al ritmo un po' unz-tunz nella musica bengalese. Ballo con Lubna che si muove con grazia disegnando per terra coi piedi e in aria colle mani figure studiate e ripassate chissà quante volte nelle feste del proprio paese là dove forse per qualche istante occhi, naso e pensieri sono tornati. Poi c'è Reza che ronza sistematicamente intorno a Lubna e ballando veste i panni dell'innamorato, dell'amante, dell'ubriaco e del macho. Alla fine è sudato nemmeno fosse caduto nella barcaccia. E' tardi ed è ora di salutare i miei amici. Domani si lavora.

Storia di Federica.
Giovedì 30 giugno 2011 è il giorno del debutto di Federica a teatro. Il suo personaggio è forse quanto di più distante io possa pensare di lei ma Federica è spontanea e naturale. Si muove, parla e gestisce i tempi morti con tale disinvoltura che mi chiedo "sarà solamente l'incoscienza del principiante?" e poi "quanto c'è del suo personaggio in lei?". Il suo personaggio è Madame Chevrolet ed è una donna ricca, legata morbosamente ai suoi due minuscoli cani tanto da volerli assicurare. Ed è dotata di un seno spaziale che Federica ha riprodotto indossando una sesta piena di pedalini. Touche! Il cuore della piece è il fraintendimento dell'assicuratore che, grande appassionato della Madame anzi dei suoi seni, crede di doverle assicurare i seni appunto piuttosto che i cani. Quiproquo nel quale chiunque sarebbe potuto cadere mi dico data l'ambiguità della Madame. Prima di montare in sella al velocipede saluto Federica che trovo serena e tranquilla, a suo agio nei panni dell'attrice. O di Madame Chevrolet? Aurevoire mon vieil ami.

Storia di Salvatore.
E' venerdì 29 giugno 2011. Sono alla snia per la presentazione del libro di Salvatore. Salvatore è stato un membro delle brigate rosse. Mi chiedo poi se veramente questo ruolo si smetta come una camicia sporca. Salvatore nella sua vita ha lavorato e lottato per se e per chi condivideva la sua condizione di operaio e cittadino. La sua vita ha tracciato una traiettoria rischiosa incrociandosi con quella di altre donne e uomini nei difficili anni 70 durante i quali "si aveva un dannato bisogno di armi" come ha ripetuto Erri De Luca durante la presentazione al centro sociale. Il libro di Salvatore è stato già letto e ascolto le opinioni di chi di volta in volta sale sul palco. C'è chi lo apprezza per aver scandito e descritto una vita condivisa. C'è chi lo usa come trampolino per un suo monologo. C'è chi fa solo delle domande. Le vorrei fare anche io. Solo che mi rimangono in canna. Per timore forse di dire ovvietà o perchè di fronte avevo una platea che sembrava ragionare all'unisono avendo vissuto quegli anni. Davvero la lotta armata era l'unica scelta? Davvero i brigatisti rappresentavano la classe operaia nonostante le azioni omicide? ovvero gli operai si identificavano nei brigatisti, politici e cittadini si ma anche assassini? Quegli anni io non gli ho vissuti e "non possiamo nemmeno immaginare quanto pericoloso fosse girare per le strade in quegli anni" mi confida Alessandra. Allora giro i tacchi e abbandono la presentazione consapevole di aver perduto un'occasione. Mi butto in cucina con questi dubbi. E comincio a tagliare decine e decine di pomodori per la cena.

Epilogo.
"Ma come fai a lavorare per una multinazionale e a insegnare italiano agli immigrati?!" mi domanda Roberto ogni volta che incontrandoci mi chiede semplicemente "come va?". Ed io gli racconto la mia vita dicendogli che non gli posso dare una spiegazione teorica e che tutto sommato a me la teoria non piace nemmeno troppo. Mi piace fare e dunque gli rispondo "Bo! non lo so. Lo faccio e basta". Gianni mi dice che "il lavoro nella multinazionale è fondamentale tanto quanto quello alla snia. Sono perfetti complementi!". Giordano mi spiega che "ognuno di noi è contemporaneamente molte persone le quali tutte contribuiscono a definire la propria personalità che però è una". Facile. Ma a me la teoria non mi piace e la domanda di Roberto non mi lascia stare. Come fa Lubna ad essere moglie/casalinga ed ottima cuoca? Come fa Federica a lavorare in un albergo ed essere una brava attrice di teatro? Come fa Salvatore ad essere operaio, brigatista e scrittore apprezzato? Qual'è la persona nella quale si identifica la loro personalità? La casalinga, la cuoca, l'impiegata, l'attrice, l'operaio, il brigatista, lo scrittore, il contabile, il maestro? Io una risposta me la sono data. Ma non la condivido.

"..così finisce questa storia, il cavaliere li volle salvare. Li portò in un paese lontano dove campano allegri e felici. Ma quel paese come si chiama questa storia non te lo dice. Indovina indovinello quel paese quant’è bello. Se ci vai non lo dire a nessuno perché ognuno se lo troverà. Se ci vai imparalo a memoria" (da "novella" di eugenio bennato)

domenica 26 giugno 2011

jonathan il gabbiano

"Per la maggior parte dei gabbiani, volare non conta, conta mangiare. A lui invece non importava tanto procurarsi il cibo, quanto volare. Più d'ogni altra cosa al mondo, al gabbiano Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo." (Jonathan Livingston)

Di solito scendo a pranzare sul lungotevere. La tavola calda sotto il mio ufficio offre sempre degli ottimi pranzi preparati con quella metodicità nella quale ritrovo la familiare ripetitività che dava sempre mia nonna alle sue abitudini culinarie. Lunedì brodo coi quadrucci fatti rigorosamente in casa, martedì pasta e patate, mercoledì pasta al sugo, giovedì non mi ricordo, venerdì pasta e qualche verdura tipo fagioli, sabato pasta con panna e piselli. Una dieta ricchissima di carboidrati che poteva anche starci considerando che di li a poco, dopo pranzo, sarei andato a giocare a calcio. Peccato che le quantità industriali dei piatti erano indigeribili nel breve periodo che mi separava dagli allenamenti che regolarmente finivo con una mano sul fegato. Prendo il mio pasto caldo e scendo giù per le scale. Passeggio cercando un posto dove sedermi. Prima dell'estate romana era molto più semplice ma ora il marciapiede è invaso di sedie, ombrelloni, recinzioni e fari. Non è che questa cosa mi piaccia molto. Mi siedo, mi guardo intorno e come al solito le conversazioni delle anatre e i richiami dei gabbiani annullano di colpo i rumori del traffico e gli umori dei colleghi e il tempo è immobile. Almeno per un'ora. Mangio e il pane che mi avanza lo dò ai pennuti che popolano il Tevere. Non faccio in tempo a tirarlo davanti a me che subito si forma un nugolo di anatre agguerrite che se lo litigano. C'è anche un gabbiano tra di loro. Vedo che ha le ali a penzoloni e che non riesce a volare. Gli tiro il pane, un po' lo mangia, un po' si fà fregare dalle anatre che è tutto dire, un po' a lui mi sa che la dieta a base di carboidrati non piace molto. Mi ringrazia con una bella cacatina e si allontana. Mi dico che potrei chiamare qualche associazione per condividere con loro il suo stato una volta tornato in ufficio. Ma mi dimentico e rimando al giorno dopo.
Ritorno sul Tevere e lui, il gabbiano, è ancora lì dove l'avevo lasciato e questa volta di pane non ne ha proprio voglia. Chiamo l'associazione Lipu e spiego alla ragazza che mi risponde le condizioni del giovane pennuto. "Allora", mi dice "lo prenda e lo porti da noi!". "E certo! Lo prendo e lo porto da voi. E come si fà!? Mi scusi ma io coi pennuti non c'ho mai avuto a che fare" le rispondo. "Niente di più facile" mi fà la ragazza "lei si metta un paio di guanti da giardinaggio, prepari uno scatolone con dei fori, cerchi di spingerlo in un angolo, lo prenda per il corpo e stia attento a non farsi beccare". Come se fosse facile. La ringrazio ma penso che se mi avesse detto di trasformare il ferro in oro forse sarei stato meno scettico. E poi sul tevere non ci sono angoli. Come fare allora? Cerco di coinvolgere fratelli, amici e colleghi ma tra impegni vari e scetticismi peggiori dei miei mi arrendo all'evidenza. La questione è tra me e il giovane pennuto. In questi giorni mi è sempre piaciuto pensare di essere accanto al gabbiano Jonathan che dopo essere entrato in stallo durante uno sei suoi voli no limits si era ritrovato sbattuto e ammaccato sul Tevere a procurarsi cibo insieme alle anatre trasteverine. E' sabato. Sono passati tre giorni da quando ho visto per la prima volta il pennuto Jonathan sul lungotevere. La mattina vado al mercato per fare la spesa della settimana, di fatto le solite cose molta frutta e verdura, formaggi e pane. Tra una chiacchiera e una confidenza scopro che a Cuba si usa il veleno di scorpione come analgesico e metto nella bisaccia anche un ottimo suggerimento. "Ma scusa" mi dice Alessandra dell'emporio "attiralo con del cibo vicino a te e poi gli salti addosso. Sò che i gabbiano mangiano di tutto anche il cibo per gatti" dice e poi mi confida "ci manca poco che ti chiedono 10 euro per andarsi a fare un panino al bar!". Averci pensato prima! Immaginarmi a rincorrere il pennuto per tutto il tevere con casco, occhiali e guanti da giardiniere per evitare i giusti sfoghi di rabbia e paura che avrebbe potuto avere non mi piaceva per niente. E poi con tutti i turisti che figura ci facevo! L'idea di avvicinarlo con lo stratagemma del cibo mi garbava assai e dimostrava che il coso che abbiamo tra gli occhi non serve solo a distanziarli. Anche perchè il piano C sarebbe stato mettergli il sale sulla coda. Parto per la missione con casco e occhiali, nastro adesivo e forbici, scatolone forato, un lenzuolo che dovrei tirare sopra il gabbiano girato di spalle mentre becca il cibo secco per gatti che gentilmente mi è stato offerto dalla bottega degli animali. Prendo la macchina, parcheggio a castel sant'angelo, scendo le scale degli argini del tevere e mi ritrovo jonathan appollaiato sul bordo del marciapiede. Poggio a terra gli scatoloni. Prendo il cibo per gatti e lo tiro al pennuto. Noto che non ha più le ali a penzoloni e quasi stento a credere che sia lui. Continuo a dargli da mangiare e lui tra una beccata e una sorsata d'acqua si finisce una confezione. Mentre gli sto accanto chiamo di nuovo la Lipu "Buongiorno Lipu, senta qui jonathan sembra stare meglio" dico alla signorina "non ha più le ali penzoloni e mangia con appetito". "Allora forse il pennuto non ha bisogno di noi" mi dice, "probabilmente si sta riprendendo da solo. Se può continui ad alimentarlo. Forse ha solo subito un forte trauma. Sà, capita tra i pennuti. E poi il cibo per gatti è per lui un cibo di lusso". L'eventualità che il gabbiano abbia subito un trauma mi fà pensare che forse davvero ha sbattuto contro un palo della luce o contro un balcone mentre si cimentava in qualche acrobazia al limite dell'ornitologica comprensione per essere o diventare "un'infinita idea di libertà, senza limiti". Resto un altro po' con lui, vuoi perchè mi ci sono affezionato vuoi perchè penso che è il minimo che possa fare per sdebitarmi della bella storia letta almeno 10 volte. E' ora di mangiare. E di volare.

domenica 12 giugno 2011

via dei gili dori

Una sera tornavo a casa dalle mie parti, Roma Nord per intenderci. Avevo appena attraversato la bella piazza Navona che incrocio lo sguardo di Arifin. Arifin è stato un po' di mesi fà uno studente del corso di italiano per immigrati che si tiene presso il c.s.o.a. ex-snia in cui insegno anche io. Poi non è più venuto. "Devo cercare lavoro e poi ricomincio a studiare italiano" dice lui. Arifin sta cercando via dei gili dori. "Arifin ma sei sicuro?" gli chiedo. Lui mi mostra un foglietto su cui c'era scritto proprio via dei gili dori. Vabbè penso io. Cominciamo a cercare via dei gili dori ma non la troviamo. Chiediamo e richiediamo e scopriamo alla fine che in realtà la via è via de' gigli d'oro. Io sono sopraffatto dall'ironia della situazione e mi piego in due dalle risate. Arifin invece prende diligentemente appunti.
Ci incamminiamo verso via de' gigli d'oro ed io non perdo l'occasione per fargli una lezione di italiano. Ogni via è buona per fargliela leggere e capire insieme che cosa sono i pozzi o le cornacchie o gli orsi. Troviamo via de' gigli d'ori e Arifin mi dice "domani mattina torno qui alle 7 per cercare lavoro in un albergo. sono due mesi che non lavoro e ho bisogno di lavorare". Si scrive i nomi delle vie limitrofe e quando fò per salutarlo mi chiede "dove prendo il bus per termini?" Allora già io poco mi ci raccapezzo figuratevi se devo spiegarglielo e mi decido ad accompagnarlo. Ci incamminiamo verso la fermata di Sant'Andrea della valle, direzione Termini. Attraversiamo piazza Navona e strada facendo incrocio SUV e Ferrari, uomini e donne vestiti alla moda, locali super chic e limousine di tiffany. Certo il posto è quel che è, che mi aspettavo, e sebbene lo attraversi spesso non l'ho mai vissuto con questa chiave di lettura. Quale? Mi inbarazzo a dirlo perchè pensavo di aver capito qualcosa. Ebbene, avere accanto Arifin che mi raccontava come si dice in bangla "piazza" e che si porta dietro almeno 50 curriculum vitae dentro la giacca che si gonfia rendendolo più grasso di quanto sia in realtà mi ha impressionato. Arifin mi ha anche mostrato uno dei numerosi curriculum e non ho avuto il coraggio di dirgli che c'erano degli errori di italiano: nel complesso però la cosa funzionava dunque meglio starsi zitti. Lo stacco tra ciò che ci circonda e Arifin mi ha turbato. Mi turba la differenza che vedo perchè manifesta una profonda ingiustizia. Questa distribuzione della ricchezza non mi sembra equa. Saluto Arifin che prende il bus per Termini, mi abbraccia, mi ringrazia. Salgo in bici, lego il casco e faccio un metro uno. Mi prende un magone che non mi spiego. Mi fermo. Respiro. Riprendo a pedalare. Arrivo a casa e il magone è ancora lì. Non và su nè giù. Aiuto! Che fare?

domenica 5 giugno 2011

25 aprile 2011: uguali, amici e fratelli.

24 aprile 2011, è la domenica di Pasqua. Si cucina alla SNIA ininterrottamente da sabato. Si montano i palchi e si allestiscono i tavoli in piazza giardini Nuccitelli. Tutto è in movimento, tutto è un fermento. Tranne il campo di calcetto, lisciato dall'operosità delle donne e degli uomini del quartiere, che all'apparenza sornione è li che ci guarda e ci aspetta. Ma grandi manovre politiche e fitte trame diplomatiche sono in corso. Tutto si fà e tutto si dice per la sua gestione contesa da pochi ma desiderata da molti anzi moltissimi. I nodi si sciolgono all'ultimo come nelle migliori tragedie greche. Possiamo giocare, lunedì mattina avremo le chiavi per entrare in campo. Olè.
25 aprile 2011, lunedì dell'Angelo e giorno della liberazione. Arrivo al campo che è già mezzogiorno. Per fortuna ha smesso di piovere ed anche il cielo siede curioso paziente. Comincio a ricevere le prime iscrizioni appena poggio le borse a terra. C'è Jac, che mi ha sorpreso per l'impegno con cui ha preso la sua partecipazione, con la sua squadra di italo-africani. Ci sono Marcello ed Enrico che giocano con i ragazzi nomadi del campo Riserva Nuova. C'è la compagine curda, disciplinata e organizzata. Ci sono i rom del casilino 900 fracassoni e numerosissimi. Ci sono i nostri amici africani, c'è Youssuf, Soma, i 2 Saidu. Li conto, ci conto. Siamo 8 squadre. Bene, facile, il gioco è fatto: 2 gironi da 4, poi semifinali e finali. E' deciso. Finalmente arrivano le chiavi. Il cancello si apre. Si apre una diga, tutti dentro adulti e bambini, risucchiati dal campo che in un attimo si riempie. Vedo che tutti strillano e corrono a prendere a calci i palloni per tirare giù altri palloni rimasti sulle reti di protezione. Mi siedo. Faccio i gironi. Elenco le partite. 15 minuti ciascuna e finiamo alle 20. Perfetto. Con Marco cerchiamo di ordinare il caos. Come se fosse facile. La regola? In campo solo le squadre che giocano, tutti gli altri fuori! Come se fosse facile. Fischio! L'ordine è riportato magicamente. Si inizia, finalmente. Mi aspetta, ci aspetta un lungo pomeriggio ma è divertente e amo il calcio giocato come tutte le persone che mi sono intorno. "Controllare le scarpe" è un comandamento che mi sono ripetuto decine di volte. Scherzo con Marco dicendo che giocheranno solo quelli coi tacchetti. Mi guarda con fare torvo. Rido, ride. Non voglio creare un casus belli. Faccio un primo giro di controlli. Accidenti sono tanti che indossano scarpe coi tacchetti assolutamente vietatie. Gli dico che devono tirarle via altrimenti non possono giocare. Alcuni bofonchiano ma le tolgono scambiandole con quelle dei propri compagni. Altri proprio questa cosa non la accettano e si offendono. Altri ancora ci provano e sistematicamente li vedo in campo colle scarpe coi tacchetti e sistematicamente fermo la partita in corso per fargliele cambiare. Fischio! Si gioca con passione e veemenza fin troppa. All'inizio interrompo in continuazione per ricordarci che siamo fatti di carne e ossa e rischiamo di farci male. Spero abbiano capito mi dico. Fischio! Riprendiamo, si corre, si segna, segnalo falli e concedo rigori. Tutto senza soluzione di continuità. Arrivano altre 4 squadre. Nabil porta i suoi connazionali egiziani e gli avvocati dello sportello progetto diritti sono pronti a tutto. E ora? Un altro girone, altre 6 partite, il tempo non basta e comincia a piovere. Cazzo! Diminuisco il tempo per partita a 10 minuti. Mi impressionano i curdi della Ararat, mi sorprendono i rom di Riserva Nuova e Mustafa, l'egiziano della squadra di Nabil. Fischio! Ricominciamo, maciniamo partite e risultati e la pioggia non smette di scendere. "In campo le squadre Riserva Nuova e International Rom per favore, tutti gli altri fuori dal campo". Macchè. I ragazzi africani sempre in campo ad occupare la panchina di sinistra. vabbè. Cominciamo. Fischio! Ed è subito bagarre. Sono forti. Indossano tutti maglie diverse ed è un grosso problema per l'arbitro. Ogni azione termina con una discussione, ogni fischio è una contestazione ed ogni minuto è lunghissimo. Finisce 1 a 1, un pareggio che accontenta tutti. E la pioggia si fà insistente. Penso, dico "ok, sospendiamo". Ma non faccio in tempo a finire che le squadre sono in campo, tutti già fradici, pronti a continuare. D'altra parta anche io amavo giocare sotto l'acqua. Dunque? "d'accordo giochiamo!" e Fischio! con l'ombrello in mano. E continuiamo a giocare finchè non finiscono tutte le partite e finchè la finale non è vinta dai curdi dell'Ararat. Memet, curdo e miglior giocatore del torneo, sul palco della premiazione si augura che la pace che oggi ha regnato sul campo sia un giorno un bene goduto da tutto il mondo. Grazie Memet. La pace ha veramente regnato tra di noi e la passione per lo sport ci ha reso tutti uguali, amici, fratelli. Fischio!