domenica 24 maggio 2015

Passato prossimo: le abitudini

Smettete di essere ansiosi per la vostra anima, di ciò che mangerete o di ciò che berrete, o per il vostro corpo, di ciò che indosserete. Non vale l'anima più del cibo e il corpo più del vestito? (Gesù in Matteo 6: 25-34)

E' l'estate del 2012. Sono al mare di Santa Severa, proprio sotto il vecchio castello medievale. Un granchio mi cammina sul piede. Me ne accorgo, mi muovo e lui sgattaiola via anzi sgrancaiola via dato il suo stile orizzontale di darsi alla macchia anzi all'acqua. Me lo guardo finchè posso, finchè non scompare quindi riprendo il mio tram tram fatto di poche cose semplici: del resto sono appollaiato su uno scoglio nella posizione yogica della lucertola. Uno scoglio tra molti scogli, popolati principalmente da granchi e circondati da ampie distese di alghe che finchè le mangio insieme al ramen sono deliziose ma nell'acqua ne ho il terrore. Sono uno dei pochi essere umani a preferire lo scoglio, il resto è a godersi l'arenile poche centinaia di metri più in là. Più comodo, più social, più pipinara peró. A me piace così, ora e qui. Lo scoglio piatto che mi ospita ha spazio solo per me ed è questa la condizione necessaria e sufficiente per la mia missione. Il bagno in mare dagli scogli mi spaventa e voglio esorcizzarlo. Mi mette a disagio non poter vedere e controllare quanto mi accade sotto. E se un alga sta aspettando il momento buono per allacciarsi alla mia caviglia e tirarmi giù? E se i pesci decidessero di banchettare colle mie ginocchia e farci un brodino?... La verità signori della corte è che immerso nell'acqua ho la percezione di quanto sia piccolo rispetto alla natura e questo è disarmante. Ogni volta che decido di buttarmi la negoziazione è cosa lunga: sondo il fondale, guardo dove mettere i piedi, scanso i ricci, evito i granchi, mi domando come avrebbe fatto Amleto (ne sono quasi certo) se fosse stato al mio posto teschio in mano "mi tuffo o non mi tuffo questo è il dilemma". Alla fine caro Amleto la risposta da prendere è sempre quella che risolve, quella maturata ascoltandosi in profodità. Io mi tuffo Amle'! e mi godo il mare. Immediato è il refrigerio dalla calura estiva di agosto: l'acqua frigge sulla mia pelle come l'olio in padella quando cucino i supplì. Il contrasto termico è tale che quando entro "Boom!" abbatto la barriera del suono, o dell'acqua sarebbe meglio dire. A mollo, mi giro e mi rigiro, galleggio come un tronco alla deriva o quando ho gli occhiali ne approfitto per studiarmi la fauna marittima. Esco, mi appollaio di nuovo, leggo, mangio, osservo i granchi e così via 5 o 6 volte al dì per tutti i giorni di ferie. Prescrizione non-medica ma che fa bene. 

Di queste prescrizioni mi piace riempirmi le tasche perchè dopo le prime volte in cui si gusta la novità tutto diventa abitudine e l'abitudine porta con se conoscenza e sicurezza. 

Mi piacciono le abitudini e sono certo che anche ad Amleto piacessero. Anche il granchio è abitudinario, per non parlare del mare che urta di continuo contro il mio scoglio senza stancarsi. Re delle abitudini è peró il ragno che ospito nella mia casa di Milano. Coabitiamo oramai da diversi mesi e io ogni settimana gli smonto la tela. Non è per cattiveria ma rischio di finire come lo stregone amico bucolico di Gandalf. Lui, il ragno, ogni volta si rimette li a rimontarla esattamente come era prima. Io la smonto e lui la rimonta, uguale. Che penso chi glielo fa fare, al posto suo me ne andrei nella casa accanto invece no persiste. Resta, resiliente, resistente. Anche questo ci accomuna credo, la resilienza. La vera difficoltà è nel capire il confine col masochismo. Camminare sull'abisso è davvero un'arte complessa e riuscire a farlo consapevolmente è un vero traguardo. 

Mi riempio le tasche di prescrizioni non mediche perchè fanno bene, con esse apro la mia mente. Alcune sono piccole novità che diventano in fretta routine dunque abitudini portando con se la voglia di provarne delle nuove. Altre sono tali che non diventano mai routine nel senso comune cioè pur diventandolo non stancano mai perchè portano con sè l'emozione del cambiamento: come recitare per intenderci. Di simile, tra me e il ragno dico, c'è la necessità di sopravvivere eppure lui non si cruccia e non diventa irrequieto come me. Lui forse sa che è inutile essere ansiosi perchè "l'ansia non aggiungerà un giorno in più alla sua vita". Puó un ragno saperne più di me? Non lo so, ma io gli smonto la tela. Tanto per non perdere l'abitudine. 

giovedì 30 aprile 2015

istantanee: racconti somali

Hargheysa, Somaliland. Marzo 2015

C’è stato un tempo in cui, seduto in macchina con mia madre alla guida, riuscivo a sprofondare nel sedile per vedere nei giorni di pioggia le gocce cadere quasi in perpendicolare sul parabrezza. Il gioco era di indovinare quale sarebbe stata la posizione della prima goccia che cadeva subito dopo quella appena schiantatasi oppure di indovinarne la grandezza. Questo ho pensato mentre ero nell’auto di Alì direzione albergo. Qui, Hargheisa, Somaliland, Corno d'Africa, dove mi trovo in missione per actionaid, l'organizzazione no profit per la quale lavoro, è infatti ufficialmente iniziata la stagione delle piogge dopo 5 mesi di secca e quando piove ad Hargheisa, cioè forse anche in tutto il Somaliland e la Somalia ma posso testimoniare solo per Hargheisa, insomma quando piove qui sembra che tutta la pioggia della Terra si riversi sopra questa città. Scende infatti una quantità d’acqua notevole in poco tempo e le strade si allagano in un attimo, complice un sistema fognario inesistente. In breve si scatena un vero e proprio acquazzone senza preavviso! Di solito sono abituato ai lampi che precedono i tuoni che precedono la pioggia e a contare il tempo tra il lampo e il tuono si capisce a grandi linee quanto in fretta uno deve andare per non fracicarsi. Qui no. Certo il cielo s’annuvola e dopo un paio di volte che ti frega capisci che questo è il segnale che è molto meglio che corri a trovarti un riparo perché di li a poco si scatenerà un putiferio. E così la gente, che sa, comincia a muoversi in anticipo ma quella che ahilei è beccata dall’acqua che cade a secchiate corre ed attraversa le strade rischiando grosso come la giovane donna che Alì stava secondo me per mettere sotto. “attento Alì!” faccio io e lui “no problem, my friend. I got it, I got it!”. E meno male che l'hai got it.

Lui, Alì, è un collega somalo di actionaid e si è voluto far scattare una foto mettendosi in posa durante la nostra visita ai villaggi beneficiari del progetto gestito da actionaid e finanziato coi fondi del MAE. “take me a photo, my friend, so that you can bring it to you in Italy!”. Alì insieme coi colleghi e le colleghe mi ricordano Youssouf, il mio amico maliano: lo sguardo, il sorriso che mi sembra che abbiano una bocca fatta apposta per sorridere contagiosamente, il modo di parlare e di muovere le mani e le dita per stressare questa parola o quel concetto e renderlo il più importante della vita in quel momento, le risate esplosive. Rompere il ghiaccio con loro dunque non è stato molto difficile. Quando pranziamo insieme a volte mi tirano dentro cominciando a parlare inglese, lingua che mastichiamo si ma come quando hai in bocca un pezzo di fegato, e succede che si arrivi farci lezioni di lingua, naturalmente loro mi insegnano il somali ed io il romano, a parlare di politica e di famiglia. Ognuno ha la propria e quando è il mio turno non si chiedono come mai non sia sposato ma si chiedono quando comincerò a cercare. “Stai cercando Miss Right, vero?” mi fa Moktar “lo so perché anche io e anche Hashi l’abbiamo cercata. Solo che in realtà non la cercavamo”. “Quando la incontri ci metti un minuto a capire che lei è lei” fa loro eco Sadia che è donna forte e decisa ma solo così può farsi rispettare in un mondo maschilista. E ad Hargheisa gli uomini sanno essere arroganti, prepotenti e violenti colle donne. Capisco giorno dopo giorno la sua decisione di ritornare qui dopo anni in Europa, comprendo il suo desiderio di provare a promuovere un radicale cambiamento grazie al supporto di actionaid del cui ufficio qui in Somaliland lei è a capo. “Rispettati e fatti rispettare”, “sii convinto e saprai convincere” sono i suoi mantra.

Con questo bagaglio di intrattenimento e familiarità sono partito per l’entroterra somalo tra i villaggi beneficiari del progetto che Sadia e il suo team gestiscono. Questi villaggi sono arroccati su colline rocciose che per arrivarci non ve lo sto nemmeno a spiegare e mi chiedo come cavolo facciano ad orientarsi senza mappa o senza il coso satellitare di cui non possiamo fare più a meno nemmeno in città: ora, se ci riescono significa che si può fare, questione di abitudine che evidentemente stiamo perdendo coccolati e abboffati da mamma tegnologia. Le donne e gli uomini di questi villaggi si sono sperticati per mostrarci cosa sono riusciti a fare coi fondi, i corsi e il supporto ricevuto: pozzi, canaline, pompe idriche, dighe, arnesi, pesticidi, trick e track e bombe a mano. E poi ci hanno fatto mangiare come dei re! Che bontà, ragazzi. Capra e riso, immancabile combinazione somala. E poi il brodo di carne e l’altrettanto immancabile bottiglietta di cola. Devo dire che di carne sto facendo scorta che basterà almeno per un anno e la capra non è la sola che ho mangiato. Si lo confesso signor giudice ho mangiato anche carne di cammello e m’è piaciuta assai! “E’ anche magra” mi dice Hashi con cui chiacchiero durante la visita della tradizionale casa somala. Casa che sembra un igloo, cioè la forma è quella, solo che invece del ghiaccio la struttura è composta di uno scheletro di legno che una volta si ricopriva colle pelli di animale mentre oggi sono ricoperti di panno variopinto e plastica. Quindi da lontano si vede bene, non ti puoi sbagliare, e la parola “lontano” qui non significa 5 metri che poi c’hai un altro palazzo di fronte e gente che te stende i panni in faccia ma significa davvero lontano perché qui in città di grattacieli non c’è nemmeno l’ombra, figuriamoci nell’entroterra dove lontano può valere chilometri.

Oggi queste case tradizionali sono sostituite o affiancate da strutture in alluminio proprio come quella che vedo davanti la finestra della mia camera d'albergo. C'è una famiglia che ci vive composta di un uomo, una donna e tre bambini che giocano appendendosi a un albero in mezzo all’appezzamento di terra dei genitori delimitato da un muretto basso ma che non ha nulla di coltivato. Solo capre. E' un attimo che mi immagino gli uomini di Rosarno che vivono all’addiaccio, mi immagino quelli di Foggia. Qual è la differenza tra la famiglia somala che vedo di fronte casa e gli invisibili che vivono anzi sopravvivono nelle baraccopoli di castel volturno? Che nei campi del sud Italia questi uomini riescono a guadagnare pochi euro che a casa loro sono un patrimonio, fa niente se sfruttati e disprezzati? Fa niente se sono loro malgrado entrati negli ingranaggi del mercato nero? Fa niente se i loro pomodori, le loro arance e clementine e fragole ce le ritroviamo nei supermercati come se niente fosse e ce le compriamo pulendone il sudiciume della mafia e dell'indifferenza dello stato? Avrei la forza di dire di no se fossi in loro? Ma in loro non sono e quando un giovanissimo uomo, cameriere dell'albergo in cui alloggiavo, mi rivela che vuole andarsene da Hargheisa e che ha incontrato un uomo che per 6.000 dollari lo porta in Libia e lo fa imbarcare per l'Italia non riesco a comprenderlo e lo affogo in un mare di foto per avvertirlo che il viaggio che quei farabutti vogliono fargli fare anzi pagare potrebbe finire colla sua morte, affogato in un mare vero salato e amaro. I suoi occhi sopresi parlavano chiaro ma io ho ancora la sensazione di non averglielo detto abbastanza.

"Bisogna aver toccato davvero cosa succede là per capirlo, e a volte non basta neanche" mi dice Ella. Durante i miei 8 intensi giorni in Africa non ho capito cosa significa vivere per un africano ma ho maturato il pensiero che se la miseria puzza, qui puzza di più. Ho maturato l'idea che se fossi nato in una casetta di lamiera come quella che vedevo davanti alla mia stanza vorrei scappare correre via lontano. Si, lo so, indosso gli occhiali da occidentale. E con questi vivo impotente il dramma dell'ennesima tragedia: il 19 aprile 2015 sono morte 700 persone nel mare di Libia. 700 persone che avevano pagato 6.000 dollari ciascuna per morire. "Ma io glielo avevo detto di non partire, di non fidarsi, che gli scafisti si curano solamente dei soldi" penso ma in fondo lo avevo ossessivamente ripetuto solo a un giovanissimo uomo. 700 persone si sono affidate ad un uomo, il gatto o la volpe chissà, che non si è curato di loro. Ma non è l'unico. 700 persone che credevano di cambiare la propria vita sono diventate monumenti eterni, 700 nuovi simboli della disperazione e della schiavitù del denaro e del potere.
Rabbia. Pugni chiusi.

domenica 4 gennaio 2015

terme e vin santo

Capranica, 1 gennaio 2015, ore 9:00.

Mi sveglio col sole in faccia e non è una metafora, non è una licenza poetica. La giornata nel viterbese è piena di sole e quando apro le finestre della mia camera per mettere il becco fuori e vedere il primo essere umano del primo dell'anno perchè è risaputo che tutto, dal pranzo alle viti del mondo, dipende dalla prima persona che incontri il primo gennaio, insomma quando apro la finestra io e la mia camera veniamo invasi dal sole. Richudo però in un batter di ciglia perchè insieme al sole è pure entrato un freddo polare e tutti gli orsi in fila per due mano nella mano. L'equazione è presto fatta: se tanto sole sta a tanto freddo allora risolvo colla radice quadrata delle terme. E così, convinto dalle mie elucubrazioni logico-matematiche che covavo già da milano, ancora arrovellato in questi pensieri ed un po' a disagio per l'invasione polare mi metto in cammino sulla strada statale 2bis veientana.

Ammetto che alle terme io ci sto talmente bene che se potessi ogni sera ci farei un salto. Proprio come facevano l'antichi che oltre a magna' i cocci e butta' i fichi appunto andavano alle terme. Pago, mi spoglio, mi tuffo. Due bracciate e sono già in mezzo alla pipinara. Come un tricheco mi faccio largo tra la massa di gambe, culi, braccia e teste accatastate davanti alle bocche d'acqua calda sulfurea. Non pensiate che sia cosa semplice peró. Eh no, infatti la piscina che è all'aperto ha un disivello esagerato e dove c'è l'acqua bassa l'acqua è proprio bassa che t'arriva alle caviglie mentre dove l'acqua è alta è proprio alta ed oggi la differenza è ulteriormente accentuata dalla temperatura perchè l'acqua alta è davvero fredda. Dunque siamo tutti ammassati all'acqua bassa davanti alle bocche d'acqua calda che guardiamo a volte con piacere e a volte con dolore. Perchè dopo esserti guadagnato uno spazio tra un gluteo e un menisco devi anche trovare la posizione esatta spingendo un po' a destra e un po' a sinistra per trovare il flusso. Il flusso è la giusta combinazione di correnti e una volta che l'hai trovata sei in pace sebbene si debba sempre tenere la guardia alta per evitare che altri come te prima si facciano largo a spallate per trovare il proprio flusso. E se ti sposti sei fregato, perdi il flusso e ti trovi in mezzo a correnti o troppo fredde o troppo bollenti che ti sembra di esser finito tra scilla e cariddi: se sei arrivato a questo punto caro mio mettiti l'anima in pace perchè non hai alternative, ti devi alzare e beccarti un'altra bella fregatura. Quando ti alzi infatti non puoi far altro che allontanarti dato che il tuo spazio quello che avevi conquistato a suon di spintoni non esiste più. La comunità di trichechi si è spostata rimodellandosi ed occupando lo spazio da te liberato. E tu sei li in piedi che cerchi una via di fuga camminando come un airone per non acciaccare piedi mani gambe e ginocchia e nel frattempo coprendoti il corpo come puoi dal freddo che ti gela. Per la cronaca e per fortuna non ho dovuto assumere la posizione dell'airone.

Quando viene il tempo di mangiare lo stomaco brontola che lo sentono pure all'acqua alta e decido di sperimentare la tecnica della lumaca: striscio via sgusciando lentamente fino all'uscita. L'esperimento riesce, mi rivesto e riparto finalmente verso un ottimo piatto di pasta in quel di Sutri. La gente della prima trattoria che avevo puntato si gira simultaneamente quando apro la porta: io sorrido e dico "buongiorno!" ma nessuna risposta d'incontro. Chiudo salutando e sbuffando anche perchè non c'era posto per me e tanto ero affamato che non mi sono goduto la bellezza del locale: croccante fuori, avariato dentro. La seconda trattoria che visito è invece un buco di nome e di fatto. Entro e sono accolto dal buongiorno dei commensali. E' amore a prima vista. C'è mancato poco che gli chiedessi d'essere adottato quando stavo mangiando la torta di mele. Questa torta un po' secca andava chiaramente intinta nel vino dunque così ho fatto col poco vino che era rimasto nel bicchiere. La trattora mi guarda, cerca il mio sguardo e quando ci sintonizziamo mi fa "Aspe', lascia perde' quer vino. Prendete questo, tutta 'n'artra storia" e mi porta un vino dolce, tipo vin santo "ma molto mejo" le fa eco il marito, che manda me e la mia torta di mele in un brodo di giuggiole e poichè la torta me la sono mangiata inzuppata io ci sono andato due volte.

La strada del ritorno a Roma al tramonto era di un arancione commovente.

venerdì 25 luglio 2014

25 aprile 2014: tutto il mondo in un campetto

bella Toripgna, bella Torpignattara\borgata dove il razzista ha la sua bara\amiamo anche Prenestino Labicano\se sei con noi adesso alza la tua mano
(da "Il lago che combatte" di Assalti frontali & Il Muro del Canto)


“Scrivi!”
Era tanto che non me lo diceva Alessandra. Ma io sto a Milano, lei c’ha un pupo e non viviamo più le stesse esperienze. Ci sono sempre gli ideali condivisi, i valori, il senso della lotta comune e fraterna che così concretamente ho sentito e vissuto alla snia, ma una cosa è sentire insieme che è importante e meno male che c’è ma tutto un altro paio di maniche è fare insieme. Non che a Milano non ci sia da fare ma oggi non mi appartiene. Così, non vedo l’ora di darmi da fare per il 25 aprile del prenestino-pigneto che sento anche mio nonostante la distanza spazio-temporale.

Prima cosa, prima di tutte, mi divora la curiosità di vedere il lago della snia che sì ho visto ma dall’alto, dal parco delle energie, scostando i rami degli arbusti e con un occhio a non finire di sotto. La mattina presto era partito un corteo da centocelle per gridare e rivendicare l’urgenza di mettere fine a qualunque tipo di speculazione sul lago della snia perché sia definitivamente consegnato al quartiere e alla città. Il corteo sarebbe finito proprio a ridosso del lago ma quando sono arrivato il corteo era ancora lontano. Allora io, che m’ero fatto in bici la strada per piazzale prenestino da roma ovest, una volta toccato il cancellone verde ero stanco e sudato come se avessi corso la parigi-roubaix sul pavet. Che poi ‘sto pavet non è altro che una strada fatta de sanpietrini. Solo che i francesi lo chiamano “pavet”. Voi mette “Nibalì vinsce in volatà sur pavet de la parigi-roubaix” con “Nibali vince in volata sui sanpietrini dei fori imperiali”? Vabbè, lasciamo perdere. Comunque decido di non raggiungere il corteo per tirare il fiato e prendermi il tempo per esplorare questo spazio mai visto così da vicino e per giunta tutto sommato in solitaria. A passo lento osservo scrupolosamente le strutture fatiscenti diroccate piene di storie che ho pensato “avecce qualcuno a raccontarmele” starei ancora li a sentirle ed invece camminando camminando incontro Roberta che invece delle storie fà “Bella Giallù, come stai? viè qui e damme ‘na mano”. Quanto ho aspettato questo momento?! C’era infatti anche un’avanguardia della snia ad acchitare lo spazio di ristoro che presto avrebbe accolto la gente del corteo. Che infatti di li a poco entra pure lei dal cancellone verde di piazzale prenestino: una fiumana infinita si riversa all’interno dell’area. Quando finalmente avevo trovato chi avrebbe potuto raccontarmi le storie che cercavo mi rendo conto che, tra una chiacchiera con Ella e un giro del lago con Emiliano, tra una pizza ingurgitata e gli abbracci sparsi con le amiche e gli amici, i compagni e le compagne ritrovate, s’era fatta l’ora di andarmene per preoccuparmi del torneo. Per la cronaca, quando imbocco l’uscita dal solito cancellone verde la fiumana del corteo stava ancora entrando.

Carico come uno sherpa di maglie e palloni mi dirigo al campo di piazza persiani – nuccitelli. Ma prima di arrivarci, ammetto che trovare maglie e palloni è stata un’impresa. “Sta lì, negli armadietti della palestra” mi dice Marco mentre è dietro al bancone del ristoro che con la sua calma olimpica distribuisce panini alla folla ammucchiata e affamata. “Ma sì” penso “in fondo sono sempre state lì”. Piuttosto mi preoccupo del resto perché mi affida le chiavi del campetto. Mi guarda e non dice niente ma il silenzio era pieno di avvertimenti. Ricevuto, come al solito. Presto mi accorgo di aver sottovalutato la “questione sacca” perché in un anno la palestra della snia è stata rivoltata e delle maglie e dei palloni negli armadietti, figuriamoci della pompetta per gonfiarli, nemmeno l’ombra. Panico! Comincio la caccia al tesoro che per fortuna finisce bene perché trovo tutto, pure la pompetta, e perchè mi dà l’opportunità di vedere come la palestra della snia stia cambiando. Solo che non me la godo perché è così quando c’ho in testa un obiettivo, che era trovare-maglie-trovare-palloni-trovare-pompetta-gonfiare-palloni, è quello che riempie la testa e c’è poco tempo per il resto. Insomma uomini! famo ‘na cosa e famola bene.

Quindi dicevo, ora sì, carico come uno sherpa di maglie puzzolenti, perché so’ le stesse da 4 anni a questa parte nel senso che non sono mai state lavate prima, e palloni gonfi mi butto al campetto dove mi aspetta Enrico del centro riserva nuova. E poi ci sono Emiliano e Francesco e gli altri affezionati al torneo che incontro una volta l’anno ma ogni volta è sempre una festa piena di abbracci perché il calcio è così, lega, rende complici nelle attese, rende fratelli negli avvenimenti. In realtà ho avuto un bel da fare a farlo capire a due ragazzi senegalesi che a un certo punto hanno cominciato a stracciarsi le vesti e ad insultarsi reciprocamente. L’immancabile rissa tra due giocatori bravi, grintosi, alti ‘na cifra che non è stato facile convincere il mio corpo ad infilarsi e per fortuna che li tenevano, ma indisciplinati e al torneo del 25 aprile ‘ste cose non sono ammesse. Anche perché poi chi lo sente Marco. Quindi fuori dal campo non prima però che l’animo si fosse raffreddato e si fossero stretti di nuovo la mano. Metastronzi, Pigneto superiore, i Triger della scuola popolare di italiano pigneto-prenestino della snia, poi Morena, Campobasso, San Michele, Atletico Fans e le due formazioni del centro Riserva Nuova: queste le 9 squadre del torneo, tutto il mondo in un campetto dall’Africa Subsahariana all’Asia passando per l’Europa e il Medio Oriente. Dopo aver risolto la delicata e costante pratica dei tacchetti, fischio l’inizio del torneo. Giochiamo 26 partite, una via l’altra, senza soluzione di continuità e sempre sorprendentemente coll’immancabile voglia di vincere. Perché diciamolo chiaro, caro il mio Pierre de Coubertin, un torneo si gioca per vincerlo e secondo me pure tu lo avresti pensato e detto se avessi visto che ogni pallone conteso è una questione di principio, ogni gol un trionfo, ogni palo una disperazione e ogni fallo un grattacapo per l’arbitro. Perchè in teoria è proprio sul fallo che l’arbitro deve essere deciso e preciso anche nel cambiare idea, cosa che a onor del vero è accaduta pochissime volte, dato che si gioca la fiducia e le orecchie dei giocatori per tutto il resto del torneo. Intimamente però mi piace pensare che in pratica dentro questo campetto ciò che emerge più di ogni altro è l’amore per questo sport che parla una lingua sola, che ti fa chiudere un occhio quando le squadre si mischiano perché c’è sempre qualcuno che manca e c’è sempre qualcuno che subentra a torneo iniziato, quando si commettono errori in buona fede o si compiono falli per irruenza e per la voglia di arrivare fino in fondo perché quando stai li dentro sai che ti capita prima o poi di commettere un errore o di aver bisogno di un rinforzo e conti sul senso di reciprocità che accomuna gli animi di tutti.

Però quanno c’è da puli' se ne vanno tutti, altro che.. fratelli viziati! Ma sì, va bene così. D’altronde anche io come partecipante di un torneo non mi sono mai preoccupato del dopo-torneo perché dopo c’è sempre e solo la gioia della vittoria o lo sconforto della sconfitta a far compagnia.
Così mentre le pulizie rituali riconsegnano ai proprietari (proprietari?!) un campetto più pulito di prima, la premiazione dei vincitori, per la quale mi infilo sul palco della piazza facendomi spazio tra un ottone e uno spartito della Pigneto orchestra, consegna loro una fresca birra.

venerdì 6 giugno 2014

la crisalide e l'uomo anziano

"La concezione del TAO rispecchia l'ordine della Natura, il senso dinamico che produce tutte le forme esistenti attraverso e per mezzo dell'interagire delle due polarità: Yang il Creativo che simboleggia l'energia del Cielo e Yin il Ricettivo che simboleggia l'energia della Terra. E' dalla loro asimmetria di posizione e dalla loro attrazione reciproca che si origina il Moto, causa di tutte le trasformazioni che stanno tra Cielo e Terra"

Milano, una sera di primavera.
Ero al parco l'altro ieri. Non ci sono molti parchi in questa città ma tutto in fondo è relativo: per me che sono abituato ad averne tanti e grandi a portata di bici quelli milanesi sembrano pochi. 
Ero al parco l'altro ieri, al parco sempione che praticamente si trova in pieno centro cittadino. Erano le 20. Il sole tramontava come si mette in testa di fare a quest'ora a partire da marzo, giorno più giorno meno. Il cielo, di un arancione commovente, era in una combinazione cromatica spaziale col mondo che mi circondava. Il mondo intorno era farcito, sgocciolante, di note suonate a mezz'aria da strumenti e uomini di ogni dove guidati dalla sapienza unicornica di Einaudi. Poi c'erano altri uomini che a gruppi più o meno numerosi affollavano lo spazio davanti dietro di lato dovunque in un silenzioso stare che calmava le acque in superficie di un mare che in profondità invece era in balia di correnti sottomarine agitate come scilla e cariddi.

Una crisalide mi cade sul diario mentre sto scrivendo. Parliamo un po' insieme, mi racconta il suo mondo, giusto uno spiraglio perchè io dovevo andare ed anche lei aveva bisogno di qualcosa di più commestibile della mia mano. Così le faccio strada sul ramo di un albero. M'incammino ma mi accorgo di avere fame anche io. E quando finalmente trovo il mio ramo incontro un uomo anziano che mi parla di tre cose: del viaggio, delle donne, di Dio. Perchè? Lui mi parla e io ascolto. Io domando e lui risponde. Io parlo e lui ascolta. Non è una coincidenza. "Sono un paranormale" mi confida a un certo punto. Gli occhi di quell'uomo erano aperti e si lasciavano scandagliare, azione che io compivo senza soluzione di continuità. "Ricorda" mi dice prima di sparire "chi sa dica, chi ha dia". Non è una coincidenza.

sabato 10 maggio 2014

un racconto di Pasqua

Roma

E' la mattina di Pasqua. Sono le 7 e cammino verso l'auto per tornarmene a casa dopo la veglia e il battesimo di Ignacio Javier. La nebbia nebbia è così piena che non si vede nulla ma si vede, lo so, che il sole è alto e che si tratta di una di quelle luminose nebbie romane che spariscono d'un colpo. Salgo in auto, ora non più circondata dalla fitta vegetazione metallica nella quale l'avevo imboscata ieri notte: era talmente fitta che mancava poco che la parcheggiassi su un albero.

Accendo e prima anzi no perchè ha il cambio automatico, e lentamente mi inoltro nella nebbia nebbia cercando la strada per il raccordo. La nebbia nebbia bianca è sempre li davanti, dietro, di lato, dovunque ed è talmente densa che mi sorprendo di non riuscire a vedere i cartelli stradali se non a pochissimi metri di distanza.

Chiudo gli occhi. Un pensiero mi distoglie e d'un tratto mi accorgo che la nebbia nebbia era sparita o meglio che io ero uscito dal banco come fossi uscito da una stanza.

Di fronte il cielo sereno e il sole fresco colorano le case a destra e a sinistra dell'uscita del raccordo tordiquinto/flaminia. In fondo la cassia bis coperta da un banco di nebbia nebbia appoggiato sopra come una coperta, come un gatto bianco allungato sulle lenzuola appena messe.

Tutto bello, tutto nuovo.

domenica 9 marzo 2014

Spiragli

Per troppa vita che ho nel sangue tremo
(Antonia Pozzi)

La vita è fatta di spiragli.

Ieri ad esempio ero dal fruttarolo a fare un po' di scorte alimentare e tra una banana e una patata, una mela e un sedano irrompe nel negozio un uomo che sorridente interrompe le nostre negoziazioni evidentemente soggiogato dal tempo fugace e chiede "avete l'anguria?". Io lo guardo con il sopracciglio interrogativo e poi mi volto verso l'amico fruttarolo che dopo aver puntualizzato ed edotto tutti sulla stagionalità della frutta e della verdura in Italia con un lapidario "veramente non è stagione" si spertica per rassicurarlo che tuttavia le angurie può trovarle nei negozi di colleghi che vendono prodotti di stagione si ma di altri paesi e che pertanto girando un po' qui e un po' li potrà sicuramente trovare la sua anguria. Magari pagandola un po' più del normale. Rimaniamo così, io e il fruttarolo, sospesi a guardare quest'uomo sorridente che decide di confidarsi allargando le braccia e dicendo tra il divertito e l'amorevolmente vinto "sapete mia moglie è incinta e ha voglia di anguria... a marzo..".
Esce ringraziando il fruttarolo dei preziosi consigli ed io dal canto mio gli auguro una buona vita e intimamente ringraziandolo perché il suo amore si toccava con mano e perché è stato uno spiraglio che mi ha rapito, sorpreso e divertito che ancora rido. E' entrato come il sole in un cielo piovoso e nuvoloso e l'arcobaleno mi ha rasserenato. 

Posso rasserenarti, oh cielo uggioso? 

Posso fare di più. Posso amare di più. Certe emozioni sono così dense che ci potrei pranzare insieme.