(da "Il lago che combatte" di Assalti frontali & Il Muro del Canto)
“Scrivi!”
Era tanto che non me lo diceva Alessandra. Ma io sto a Milano, lei c’ha un pupo e non viviamo più le stesse esperienze. Ci sono sempre gli ideali condivisi, i valori, il senso della lotta comune e fraterna che così concretamente ho sentito e vissuto alla snia, ma una cosa è sentire insieme che è importante e meno male che c’è ma tutto un altro paio di maniche è fare insieme. Non che a Milano non ci sia da fare ma oggi non mi appartiene. Così, non vedo l’ora di darmi da fare per il 25 aprile del prenestino-pigneto che sento anche mio nonostante la distanza spazio-temporale.
Prima cosa, prima di tutte, mi divora la curiosità di vedere il lago della snia che sì ho visto ma dall’alto, dal parco delle energie, scostando i rami degli arbusti e con un occhio a non finire di sotto. La mattina presto era partito un corteo da centocelle per gridare e rivendicare l’urgenza di mettere fine a qualunque tipo di speculazione sul lago della snia perché sia definitivamente consegnato al quartiere e alla città. Il corteo sarebbe finito proprio a ridosso del lago ma quando sono arrivato il corteo era ancora lontano. Allora io, che m’ero fatto in bici la strada per piazzale prenestino da roma ovest, una volta toccato il cancellone verde ero stanco e sudato come se avessi corso la parigi-roubaix sul pavet. Che poi ‘sto pavet non è altro che una strada fatta de sanpietrini. Solo che i francesi lo chiamano “pavet”. Voi mette “Nibalì vinsce in volatà sur pavet de la parigi-roubaix” con “Nibali vince in volata sui sanpietrini dei fori imperiali”? Vabbè, lasciamo perdere. Comunque decido di non raggiungere il corteo per tirare il fiato e prendermi il tempo per esplorare questo spazio mai visto così da vicino e per giunta tutto sommato in solitaria. A passo lento osservo scrupolosamente le strutture fatiscenti diroccate piene di storie che ho pensato “avecce qualcuno a raccontarmele” starei ancora li a sentirle ed invece camminando camminando incontro Roberta che invece delle storie fà “Bella Giallù, come stai? viè qui e damme ‘na mano”. Quanto ho aspettato questo momento?! C’era infatti anche un’avanguardia della snia ad acchitare lo spazio di ristoro che presto avrebbe accolto la gente del corteo. Che infatti di li a poco entra pure lei dal cancellone verde di piazzale prenestino: una fiumana infinita si riversa all’interno dell’area. Quando finalmente avevo trovato chi avrebbe potuto raccontarmi le storie che cercavo mi rendo conto che, tra una chiacchiera con Ella e un giro del lago con Emiliano, tra una pizza ingurgitata e gli abbracci sparsi con le amiche e gli amici, i compagni e le compagne ritrovate, s’era fatta l’ora di andarmene per preoccuparmi del torneo. Per la cronaca, quando imbocco l’uscita dal solito cancellone verde la fiumana del corteo stava ancora entrando.
Carico come uno sherpa di maglie e palloni mi dirigo al campo di piazza persiani – nuccitelli. Ma prima di arrivarci, ammetto che trovare maglie e palloni è stata un’impresa. “Sta lì, negli armadietti della palestra” mi dice Marco mentre è dietro al bancone del ristoro che con la sua calma olimpica distribuisce panini alla folla ammucchiata e affamata. “Ma sì” penso “in fondo sono sempre state lì”. Piuttosto mi preoccupo del resto perché mi affida le chiavi del campetto. Mi guarda e non dice niente ma il silenzio era pieno di avvertimenti. Ricevuto, come al solito. Presto mi accorgo di aver sottovalutato la “questione sacca” perché in un anno la palestra della snia è stata rivoltata e delle maglie e dei palloni negli armadietti, figuriamoci della pompetta per gonfiarli, nemmeno l’ombra. Panico! Comincio la caccia al tesoro che per fortuna finisce bene perché trovo tutto, pure la pompetta, e perchè mi dà l’opportunità di vedere come la palestra della snia stia cambiando. Solo che non me la godo perché è così quando c’ho in testa un obiettivo, che era trovare-maglie-trovare-palloni-trovare-pompetta-gonfiare-palloni, è quello che riempie la testa e c’è poco tempo per il resto. Insomma uomini! famo ‘na cosa e famola bene.
Quindi dicevo, ora sì, carico come uno sherpa di maglie puzzolenti, perché so’ le stesse da 4 anni a questa parte nel senso che non sono mai state lavate prima, e palloni gonfi mi butto al campetto dove mi aspetta Enrico del centro riserva nuova. E poi ci sono Emiliano e Francesco e gli altri affezionati al torneo che incontro una volta l’anno ma ogni volta è sempre una festa piena di abbracci perché il calcio è così, lega, rende complici nelle attese, rende fratelli negli avvenimenti. In realtà ho avuto un bel da fare a farlo capire a due ragazzi senegalesi che a un certo punto hanno cominciato a stracciarsi le vesti e ad insultarsi reciprocamente. L’immancabile rissa tra due giocatori bravi, grintosi, alti ‘na cifra che non è stato facile convincere il mio corpo ad infilarsi e per fortuna che li tenevano, ma indisciplinati e al torneo del 25 aprile ‘ste cose non sono ammesse. Anche perché poi chi lo sente Marco. Quindi fuori dal campo non prima però che l’animo si fosse raffreddato e si fossero stretti di nuovo la mano. Metastronzi, Pigneto superiore, i Triger della scuola popolare di italiano pigneto-prenestino della snia, poi Morena, Campobasso, San Michele, Atletico Fans e le due formazioni del centro Riserva Nuova: queste le 9 squadre del torneo, tutto il mondo in un campetto dall’Africa Subsahariana all’Asia passando per l’Europa e il Medio Oriente. Dopo aver risolto la delicata e costante pratica dei tacchetti, fischio l’inizio del torneo. Giochiamo 26 partite, una via l’altra, senza soluzione di continuità e sempre sorprendentemente coll’immancabile voglia di vincere. Perché diciamolo chiaro, caro il mio Pierre de Coubertin, un torneo si gioca per vincerlo e secondo me pure tu lo avresti pensato e detto se avessi visto che ogni pallone conteso è una questione di principio, ogni gol un trionfo, ogni palo una disperazione e ogni fallo un grattacapo per l’arbitro. Perchè in teoria è proprio sul fallo che l’arbitro deve essere deciso e preciso anche nel cambiare idea, cosa che a onor del vero è accaduta pochissime volte, dato che si gioca la fiducia e le orecchie dei giocatori per tutto il resto del torneo. Intimamente però mi piace pensare che in pratica dentro questo campetto ciò che emerge più di ogni altro è l’amore per questo sport che parla una lingua sola, che ti fa chiudere un occhio quando le squadre si mischiano perché c’è sempre qualcuno che manca e c’è sempre qualcuno che subentra a torneo iniziato, quando si commettono errori in buona fede o si compiono falli per irruenza e per la voglia di arrivare fino in fondo perché quando stai li dentro sai che ti capita prima o poi di commettere un errore o di aver bisogno di un rinforzo e conti sul senso di reciprocità che accomuna gli animi di tutti.
Però quanno c’è da puli' se ne vanno tutti, altro che.. fratelli viziati! Ma sì, va bene così. D’altronde anche io come partecipante di un torneo non mi sono mai preoccupato del dopo-torneo perché dopo c’è sempre e solo la gioia della vittoria o lo sconforto della sconfitta a far compagnia.
Così mentre le pulizie rituali riconsegnano ai proprietari (proprietari?!) un campetto più pulito di prima, la premiazione dei vincitori, per la quale mi infilo sul palco della piazza facendomi spazio tra un ottone e uno spartito della Pigneto orchestra, consegna loro una fresca birra.
“Scrivi!”
Era tanto che non me lo diceva Alessandra. Ma io sto a Milano, lei c’ha un pupo e non viviamo più le stesse esperienze. Ci sono sempre gli ideali condivisi, i valori, il senso della lotta comune e fraterna che così concretamente ho sentito e vissuto alla snia, ma una cosa è sentire insieme che è importante e meno male che c’è ma tutto un altro paio di maniche è fare insieme. Non che a Milano non ci sia da fare ma oggi non mi appartiene. Così, non vedo l’ora di darmi da fare per il 25 aprile del prenestino-pigneto che sento anche mio nonostante la distanza spazio-temporale.
Prima cosa, prima di tutte, mi divora la curiosità di vedere il lago della snia che sì ho visto ma dall’alto, dal parco delle energie, scostando i rami degli arbusti e con un occhio a non finire di sotto. La mattina presto era partito un corteo da centocelle per gridare e rivendicare l’urgenza di mettere fine a qualunque tipo di speculazione sul lago della snia perché sia definitivamente consegnato al quartiere e alla città. Il corteo sarebbe finito proprio a ridosso del lago ma quando sono arrivato il corteo era ancora lontano. Allora io, che m’ero fatto in bici la strada per piazzale prenestino da roma ovest, una volta toccato il cancellone verde ero stanco e sudato come se avessi corso la parigi-roubaix sul pavet. Che poi ‘sto pavet non è altro che una strada fatta de sanpietrini. Solo che i francesi lo chiamano “pavet”. Voi mette “Nibalì vinsce in volatà sur pavet de la parigi-roubaix” con “Nibali vince in volata sui sanpietrini dei fori imperiali”? Vabbè, lasciamo perdere. Comunque decido di non raggiungere il corteo per tirare il fiato e prendermi il tempo per esplorare questo spazio mai visto così da vicino e per giunta tutto sommato in solitaria. A passo lento osservo scrupolosamente le strutture fatiscenti diroccate piene di storie che ho pensato “avecce qualcuno a raccontarmele” starei ancora li a sentirle ed invece camminando camminando incontro Roberta che invece delle storie fà “Bella Giallù, come stai? viè qui e damme ‘na mano”. Quanto ho aspettato questo momento?! C’era infatti anche un’avanguardia della snia ad acchitare lo spazio di ristoro che presto avrebbe accolto la gente del corteo. Che infatti di li a poco entra pure lei dal cancellone verde di piazzale prenestino: una fiumana infinita si riversa all’interno dell’area. Quando finalmente avevo trovato chi avrebbe potuto raccontarmi le storie che cercavo mi rendo conto che, tra una chiacchiera con Ella e un giro del lago con Emiliano, tra una pizza ingurgitata e gli abbracci sparsi con le amiche e gli amici, i compagni e le compagne ritrovate, s’era fatta l’ora di andarmene per preoccuparmi del torneo. Per la cronaca, quando imbocco l’uscita dal solito cancellone verde la fiumana del corteo stava ancora entrando.
Carico come uno sherpa di maglie e palloni mi dirigo al campo di piazza persiani – nuccitelli. Ma prima di arrivarci, ammetto che trovare maglie e palloni è stata un’impresa. “Sta lì, negli armadietti della palestra” mi dice Marco mentre è dietro al bancone del ristoro che con la sua calma olimpica distribuisce panini alla folla ammucchiata e affamata. “Ma sì” penso “in fondo sono sempre state lì”. Piuttosto mi preoccupo del resto perché mi affida le chiavi del campetto. Mi guarda e non dice niente ma il silenzio era pieno di avvertimenti. Ricevuto, come al solito. Presto mi accorgo di aver sottovalutato la “questione sacca” perché in un anno la palestra della snia è stata rivoltata e delle maglie e dei palloni negli armadietti, figuriamoci della pompetta per gonfiarli, nemmeno l’ombra. Panico! Comincio la caccia al tesoro che per fortuna finisce bene perché trovo tutto, pure la pompetta, e perchè mi dà l’opportunità di vedere come la palestra della snia stia cambiando. Solo che non me la godo perché è così quando c’ho in testa un obiettivo, che era trovare-maglie-trovare-palloni-trovare-pompetta-gonfiare-palloni, è quello che riempie la testa e c’è poco tempo per il resto. Insomma uomini! famo ‘na cosa e famola bene.
Quindi dicevo, ora sì, carico come uno sherpa di maglie puzzolenti, perché so’ le stesse da 4 anni a questa parte nel senso che non sono mai state lavate prima, e palloni gonfi mi butto al campetto dove mi aspetta Enrico del centro riserva nuova. E poi ci sono Emiliano e Francesco e gli altri affezionati al torneo che incontro una volta l’anno ma ogni volta è sempre una festa piena di abbracci perché il calcio è così, lega, rende complici nelle attese, rende fratelli negli avvenimenti. In realtà ho avuto un bel da fare a farlo capire a due ragazzi senegalesi che a un certo punto hanno cominciato a stracciarsi le vesti e ad insultarsi reciprocamente. L’immancabile rissa tra due giocatori bravi, grintosi, alti ‘na cifra che non è stato facile convincere il mio corpo ad infilarsi e per fortuna che li tenevano, ma indisciplinati e al torneo del 25 aprile ‘ste cose non sono ammesse. Anche perché poi chi lo sente Marco. Quindi fuori dal campo non prima però che l’animo si fosse raffreddato e si fossero stretti di nuovo la mano. Metastronzi, Pigneto superiore, i Triger della scuola popolare di italiano pigneto-prenestino della snia, poi Morena, Campobasso, San Michele, Atletico Fans e le due formazioni del centro Riserva Nuova: queste le 9 squadre del torneo, tutto il mondo in un campetto dall’Africa Subsahariana all’Asia passando per l’Europa e il Medio Oriente. Dopo aver risolto la delicata e costante pratica dei tacchetti, fischio l’inizio del torneo. Giochiamo 26 partite, una via l’altra, senza soluzione di continuità e sempre sorprendentemente coll’immancabile voglia di vincere. Perché diciamolo chiaro, caro il mio Pierre de Coubertin, un torneo si gioca per vincerlo e secondo me pure tu lo avresti pensato e detto se avessi visto che ogni pallone conteso è una questione di principio, ogni gol un trionfo, ogni palo una disperazione e ogni fallo un grattacapo per l’arbitro. Perchè in teoria è proprio sul fallo che l’arbitro deve essere deciso e preciso anche nel cambiare idea, cosa che a onor del vero è accaduta pochissime volte, dato che si gioca la fiducia e le orecchie dei giocatori per tutto il resto del torneo. Intimamente però mi piace pensare che in pratica dentro questo campetto ciò che emerge più di ogni altro è l’amore per questo sport che parla una lingua sola, che ti fa chiudere un occhio quando le squadre si mischiano perché c’è sempre qualcuno che manca e c’è sempre qualcuno che subentra a torneo iniziato, quando si commettono errori in buona fede o si compiono falli per irruenza e per la voglia di arrivare fino in fondo perché quando stai li dentro sai che ti capita prima o poi di commettere un errore o di aver bisogno di un rinforzo e conti sul senso di reciprocità che accomuna gli animi di tutti.
Però quanno c’è da puli' se ne vanno tutti, altro che.. fratelli viziati! Ma sì, va bene così. D’altronde anche io come partecipante di un torneo non mi sono mai preoccupato del dopo-torneo perché dopo c’è sempre e solo la gioia della vittoria o lo sconforto della sconfitta a far compagnia.
Così mentre le pulizie rituali riconsegnano ai proprietari (proprietari?!) un campetto più pulito di prima, la premiazione dei vincitori, per la quale mi infilo sul palco della piazza facendomi spazio tra un ottone e uno spartito della Pigneto orchestra, consegna loro una fresca birra.
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