mercoledì 23 gennaio 2019

Riflessioni estive

"Senti, non é che faccio la fila per lavoro!?" fa un signore in attesa del suo turno oggettivamente disturbato dalla mancanza di rispetto di un giovanotto. "E non spinga, accidenti, non vede che siamo già stretti?!" gli fa eco una signora che garbatamente mostrava il suo disappunto per la pressione delle persone in attesa dopo di lei. "Ma quanto ci mette quella li.." si lamenta un'anziana del quartiere che, chissà perché, come tutti gli anziani, soprattutto negli uffici postali, hanno sempre una gran mole di cose da sbrigare durante la giornata che inizia inesorabilmente di buon mattino. "Difendono i propri spazi" dice un tipo come a rispondere ad alta voce ad una domanda che tutti, intimamente, si sono fatti li, sotto la canicola che macera becchi e piume, e a cui lui, cogliendola dallo sguardo comune di tutti i presenti, ha provato a risolvere proponendo la sua visione. Alle strette, sotto pressione, ci becchiamo e abbiamo l'urgenza di dimostrare, anche aggressivamente, chi é che comanda. Guardate, me ne volerei volentieri via se non fosse che questa é l'unica fontana nei paraggi ed io ho davvero bisogno di rinfrescarmi. Non posso dire che siamo indisciplinati ma é cosí, ha ragione quel tipo lí.
Che io poi mi chiedo, no, come faccio a fare tutte 'ste riflessioni che faccio col cervello che mi ritrovo programmato appena il giusto per far bene, quasi sempre, tutte le cose che un piccione deve fare:  becco il mangiabile, defeco in volo, viro di 180 gradi controvento senza andare in stallo e soprattutto mi sollevo da terra con una manovra di decollo verticale di cui, senza false modestie, sono un vero campione.. davvero! ho anche vinto un premio lo scorso solstizio.. Ecco ora che ci penso... in fondo in fondo... mi chiedo... come riesco a fare queste riflessioni? .. e niente, le faccio e basta, come il decollo verticale. Naturalmente, vengono e basta. Perché mi stupisco.. eh, già, perché.. che vuol dire "stupisco"? ah..é il mio turno..

lunedì 27 novembre 2017

Al suono delle sirene. Ogni giorno è uguale!

ogni giorno è uguale...
tram, nebbia, sirena, lavoro, puzza d'acidi, tram, nebbia, sirena, lavoro, puzza d'acidi, (ripeti un'altra volta - inizi a leggere lento e poi sempre più in fretta e sempre più ad alta voce...)
"Meglio questo che altro e altro è peggio, molto peggio" dice un uomo anziano che incontro sempre sur tranvetto che da casa mia, al Tiburtino, me porta a largo preneste dove lavoro. E' troppo presto, c'ho troppo sonno per ribatte a st'omo che puntualmente me ripete le stesse parole come l'orologio a pendolo de mi nonna. Pare che m'aspetta pe' sona' i rintocchi delle 5!
E poi c'è l'odore dell'acidi della viscosa, l'animaccia loro, che me porto dietro, fino nel letto. Eh si che
mi lavo oh... ma niente. La Viscosa mi dà il pane, grazie al Cielo, ma mi toglie pure la vita.La fabbrica, pare un paese, c'è pure lo spaccio,certo quello che trovi è poco ma è mejo che un calcio 'n culo ...cioè mejo de gnente.., insomma la fabbrica sembra un paese ma soprattutto l'infermeria che è sempre piena, principalmente de donne...Ma io non ce so mai annato all'infermeria, so de bona costituzione, me l'hanno sempre detto.. però st'odoraccio appiccicoso...te fa riconosce prima che arivi dove devi ariva'... "lavori alla viscosa eh!.. se sente..".. l'animaccia loro.. A largo preneste scenno la mattina presto per entrare in fabbrica, alla viscosa, insieme a na fiumana che non finisce più. Lo dovete vede largo preneste pieno come quanno se riempiva na piazza per via dei raduni, si quelli che ce facevano fa quanno c'era Lui che parlava.. Certo che "vede'" è 'n parolone: la mattina c'è 'na nebbia che sembra de sta' al Nord. Cioè così dicono, io mica ce so mai annato al nord. Li al nord, dicono, ce sta na nebbia che non vedi ad un palmo dal naso. proprio come qui la mattina presto, quanno scendi dal travetto a largo preneste. In mezzo a tutta sta fiumana de gente, come la metti come la giri ahò io incontro sempre le stesse persone non ce se crede. ma io so contento.. alla fine riesco a scambia' du' parole che poi so sempre le stesse eh, come quelle der vecchio der tranvetto: "'mmazza che umidità stamane.." faccio io "e' la marana qui dietro" fanno eco i compagni vicini. " 'Mmazza che nebbia..." fa uno vicino a me " è la maranaaaa" famo noi pe canzonallo "ma è pure er fumo della fabbrica".. lo sapemo tutti..
Sono un ingranaggio, mi sento un ingranaggio del sistema, che lavora a ciclo continuo.. quei pochi secondi che c'ho pe pensa me fanno sta male, è per questo che forse per sdrammatizzare ci diciamo sempre le stesse parole..ogni giorno è uguale volente o nolente, perchè è così o perchè vogliamo che sia così, basterebbe dicce altre parole, oltre alla nebbia e all'umidità, perchè de rabbia ne accumulamo tanta, e poi scoppiamo o col vicino in reparto o co le "maestre..."... punizioni su punizioni e stipendi decurtati. Qualche anziano del posto ce prova a raccontacce che all'apertura della fabbrica, quando i padroni volevano imporre il cottimo... gli operai e le operaie je l'hanno messa in quel posto... io non ce capisco tanto, non so 'nrivoluzionario, ma de rabbia.. quanta ne voi... e poi semo tanti... ce incontramo tutti i giorni... L'altro giorno un mio amico veneto, Franco, ha cominciato a strilla' "qua vacca de tu sorea.... Questa vita è un inferno. Gli orari, la paga, le condizioni di lavoro...abbiamo il diritto a una vita migliore, lo dobbiamo a noi stessi, ai nosti figli, e ai..."
C'ha ragione Franco Ma io non la so fa sta cosa rivoluzzionaria... e lui m'ha insultato "caprun....che cosa rivoluzzionaria, qua è la vita nostra! je la facciamo vede noi a sti padroni!!"..
Ma io me devo sbriga'.. manca poco che parte la sirena dell'inizio della giornata e il capo reparto è 'n fio de su madre.. ahò se segna tutti i ritardi che faccio, sia all'ingresso e pure quelli della produzione mia. E io lavoro sodo eh, non me fermo 'n attimo. Perchè so' io di mio un tipo responsabile e perchè semo sempre controllati. Hai da vede quanto so' severi questi qui che chiamamo controllori che poi so come me, mica so' capi. Basta che sgarri, te distrai n'attimo e.... zac! sei fregato e vieni ripreso...
è così che passo tutto il giorno, a fa' il lavoro mio. Senza distrarmi, poche parole ma nemmeno ce n'ho troppe da di'.. So' come isolato, io e il lavoro, il lavoro e io. E st'odore de acidi che te s'appiccica tutto addosso e te lo porti pure nel letto. L'animaccia loro... quanno la sirena suona la fine della giornata esco ch'è già buio. Puzzo come la fabbrica, puzzo de fabbrica, salgo sur tranvetto
che so rintronato peggio de quanno so entrato.. me devo lavà...c'ho sonno..
E ogni giorno è uguale...
c'ha raggione Franco....


[Ho scritto questo pezzo, insieme ad Alessandra, tanto tempo fa per il CSOA EX-SNIA Viscosa. Tanto tempo prima ancora ho salutato questo centro sociale romano per venire a Milano, lasciando amiche ed amici cari che faranno sempre parte di me] 

domenica 5 novembre 2017

il bruco e la simbiosi

Pioggia. Freddo. Non è per questo che dalla scarola, che avevo messo a bagno, è uscito un piccolo bruco. Uno di quelli verdi, un po' peloso, che lentamente si muove a volte alzandosi dritto aggrappato con la forse delle zampe posteriori. Il piccoletto si nutriva della pianta nella quale trovava ristoro e conforto finchè io non decido di cucinarla. Lui, che mal sopportava di essere stato messo a mollo nell'acqua con l'aggravante del bicarbonato, è a un bivio. Che fuori piova dunque non ha proprio nulla a che vedere con la decisione che ha preso il piccolo bruco ma fuori piove e fa freddo e lui si è dimostrato tanto forte da decidere di non affondare nel mare della simbiosi con la sua nave che non solo lo trasportava ma che lo alimentava e ne sosteneva l'esistenza. La sua forza di sopravvivenza l'ha portato a rompere questo schema, lui è sopravvissuto mentre la scarola è finita a bollire nell'acqua pronta per essere condita con mirtilli rossi, alici sott'olio e capperi per finire in una torta salata. Fuori piove, fa freddo ed io resto a casa. Questo è un fatto. Così come lo è che io sia grato alla Vita generosa che mi riscalda e mi dona immagini preziose.

giovedì 24 agosto 2017

Un cammino fecondo


Gli occhi di un cane senza guinzaglio mi guardano. Lui é fermo davanti a me ed io davanti a lui. Il passaggio sulla scogliera idruntina é stretto, appena per due piedi uno dietro l'altro, uno di quei cunicoli naturali che la vegetazione spontanea e libera crea insieme alle mani dell'uomo che la sistema alla meglio giusto giusto per passare. "Ehi tu" dico io. "Ah, sei te.." mi immagino che dica lui. Abbassa la testa e riprende a camminare col suo andare ciondolante. Faccio spazio. Scodinzolando mi supera a destra. Mi giro e lui ha già svoltato la curva. SEono trascorsi già molti giorni da quando ho lasciato La Verna, tappa finale del mio cammino, ma io continuo a camminare anche ora che sono centinaia di km lontano dalle montagne degli Appennini romagnoli e dai suoi sacri boschi di faggi. E mi ostino a salutare gente sconosciuta per il solo fatto di incrociarli sul mio sentiero. A volte il saluto mi ritorna, altre volte no e, una volta superato l'incrocio, sento ridacchiare e dire "ma tu lo conosci?". No, certo che non mi conosce e allora io che sono permaloso di primo acchitto ci resto male poi sorrido di me e comprendo che é invece molto bello che ci siano queste differenze di approccio e vado avanti pensando agli Appennini. La giornata in cammino veniva organizzata in base alle ore che ci sarebbero state di marcia per arrivare a destinazione: la sveglia, i rifornimenti di acqua e di cibo, il tipo di abbigliamento, lo zaino, la colazione. "Ricordati che domani per arrivare a Corniolo attraverserai un bosco pieno di tafani, meglio che ti prepari. Hai pantaloni lunghi?" mi disse premurosamente un pomeriggio un uomo che mi rifocilló con acqua fresca "é acqua buona, non é clorata questa!". Io avevo finito le mie riserve, la tappa dalla località Capannina a Premilcuore era stata lunga e senza punti di ristoro ed io avevo mal calibrato i rifornimenti. Stanco ed assetato ne incrocio lo sguardo e, naturalmente, lo saluto. Lui, appoggiato ad un Crocifisso piantato lungo la stradina in salita per casa sua, inizia a parlarmi, darmi suggerimenti, e gridando alla moglie di andare a prendere quell'acqua dolce che ho bevuto in abbondanza riempiendomi anche la borraccia per affrontare gli ultimi due km, sotto il sole e sull'asfalto, che mancavano per Premilcuore. Sono grato asjsai a quest'uomo: speravo di trovare una fontanella dove potermi rinfrescare ed eccolo apparire. E poi per arrivare a Cornioli io ho effettivamente usato i pantaloni lunghi mentre Mirco quelli corti e i tafani ci hanno circondato in un tratto di bosco, nei pressi delle grotte urlanti, proprio come mi aveva detto e solo Mirco é stato punto. Prontamente gli consegno lo stick di ammoniaca che le mie colleghe premurose mi avevano messo nella lista della spesa. In effetti Mirco ne giova ed io ci scherzo su dicendogli "abbiamo iniziato il cammino soli, ci siamo incontrati e chissà che non sia questo il motivo del nostro incontro..". Scopriró poi che il motivo del nostro incontro sarebbe stato ben altro e poco avremmo atteso per scoprirlo. Avevo cominciato il cammino da solo in effetti perché solo ero partito senza avere chiaro in mente le ragioni. Ero consapevole di aver sempre avuto questa aspirazione e poi volevo "sentirmi", cioé stare in ascolto di me in primo luogo del mio fisico e poi del mio cuore. Poi, strada facendo, ho capito di aver intrapreso il cammino anche per vivere un'esperienza comunitaria, vivere insieme ai pellegrini incontrati sulla strada o nei rifugi, io che per tutto l'anno vivo solo e che non voglio farmici il callo. A proposito di rifugi, gli occhi e le parole accoglienti e rassicuranti degli ospiti erano la cosa piú gradita che potessi desiderare dopo ore trascorse a guardarmi i piedi. Il sinistro, il destro, il sinistro, il destro, alternando le bacchette, la destra, la sinistra, la destra, la sinistra.. e poi le tracce di chi mi ha preceduto come una continua conferma della traiettoria presa quando non vedevo i segnali "istituzionali" nei confronti dei quali molto velocemente avevo fatto l'occhio: alberi, sassi, guard-rail, asfalto, pali, insegne. "Anche per questo ci siamo trovati Mirco, c'ho piú occhio di te..." sorrido e continuo a stuzzicarlo amichevolmente. Non é stata una coincidenza che due uomini sconosciuti si siano incontrati per camminare insieme: passo simile, argomentazioni simili, urgenza per il silenzio e la meditazione simile. L'ho scoperta, la ragione del nostro incontro, a Poggio Scali, 1.520 mslm, il punto piú alto del cammino di Assisi, sull'Appennino romagnolo. Ci siamo inerpicati da Corniolo colmando un dislivello di 900 mt e li in cima abbiamo camminato a lungo sul crinale dell'Appennino che ho ancora i brividi a pensarci.

Velocemente il tempo é cambiato, una massa di nuvole nere si é spostata sopra di noi, il vento era potente e scuoteva con violenza i faggi alti, sacri, che fino ad allora ci avevano accompagnato nell'ascesa in silenzio. Sentivamo i tuoni vicini come mai c'era capitato. I bagliori dei fulmini erano spaventosamente prossimi e mi ero preparato a vederne uno cadere proprio li dove stavamo. Mirco prudentemente camminava con le bacchette sollevate da terra "sai, sono di carbonio.. non vorrei diventare un'antenna..". La pioggia incessante, abbondante e fredda ci bagnava dovunque entrandoci in ogni direzione e colpendoci in testa quando a tratti si faceva solida tramutata in grandine. Lo sguardo era fisso, concentrato sul terreno reso scivoloso e pericoloso dai torrenti d'acqua che la tempesta stava creando e che modellavano piccoli sentieri tra le foglie cadute, intorno alle pietre scivolose come scogli ricoperti di alghe. Al contempo ero concentrato anche sui rami dei faggi. Avevo infatti timore che il vento potesse staccarli e scagliarceli addosso tanto era potente, tanto violentemente agitava le cime di quegli alberi maestosi e li fletteva di continuo, senza tregua e passando tra le foglie tese era come se urlasse tutta la sua forza, tutta la sua libertà. Eravamo completamente in balia della tempesta. In quel momento di difficoltà abbiamo avuto la stessa intuizione che ci siamo condivisi una volta arrivati all'eremo di Camaldoli sotto un cielo finalmente rasserenato e mentre ci svuotavamo le scarpe dall'acqua (ah, il goretex!): in mezzo a una tempesta, in cammino sul crinale appenninico, impauriti dalla forza della natura, non potevamo fermarci, potevamo solo andare avanti con coraggio ed insieme. Dal fatto alla riflessione il passo é stato rapido: quando nella vita incontriamo una crisi che ci spaventa possiamo solo andare avanti con coraggio insieme al partner con cui stiamo vivendo quel momento. Questo cammino é stato continuamente una lente sulla vita, fonte abbondante di riflessioni come questo episodio che mi ha fatto sentire parte del tutto, che mi ha commosso e mi ha fatto gridare la mia gratitudine per avermi fatto vivere una prova di questo genere. 

Al rifugio di Camaldoli ci hanno accolto calorosamente Adriana e Gigliola ed ho incontrato tanti altri compagni di cammino con cui sarei arrivato fino a La Verna. Mirco, a causa di un problema ai tendini, lascia a Badia Prataglia. Ci salutiamo ma sento che di piú da questa esperienza non potevo avere: i km vissuti insieme con tanta intensità e densità mi hanno arricchito, saziato e il distacco é stato naturale. Da Badia Prataglia inizia un altro cammino. Mi aggrego insieme ad Ester, una pellegrina che viaggiava in compagnia della provvidenza, ad un gruppo di Forlí e Predappio ed insieme arriviamo prima a Biforco e poi a La Verna. Ne ammiro l'amore che li unisce e la premura che si scambiano vicendevolmente, essere tra di loro mi dà un senso piacevole di familiarità e di casa al di là che abbiamo condiviso km, cene in spazi poco adatti ad accogliere 12 persone e una notte in camerata. Penso che dopo l'esperienza cosí dura di Poggio Scali, non potessi ricevere dono migliore dello stare in un gruppo che cosí generosamente rappresentava l'accoglienza.

La Verna, destinazione del mio cammino. Mi sveglio alle 5:30, esco dalla camerata facendo attenzione a non svegliare gli altri 12 pellegrini addormentati. Mi siedo ed aspetto il sorgere del sole nella piazzetta del Santuario. Sono solo. Freddo. Silenzio. Sono stanco. Questi 6 giorni di cammino in cui ho percorso circa 120 km mi hanno provato. Ma sono felice perché ho ricevuto tanti doni durante questo tempo rivelatosi cosí fertile di cui sono intimamente grato a Dio.

domenica 20 novembre 2016

Il lago ghiacciato


"Son certo che quando l'avevo parcheggiata" disse lo sprovveduto all'amico che l'ascoltava "era domenica che avevamo organizzato un picnic. Che bel tempo c'era.. Il sole e l'arietta di primavera, la tovaglia a quadri, formaggio, pomodori e quell'ottima insalata. Chi lo avrebbe mai detto che un fiume passasse proprio di li".
"Che poi, scusa" continua il derelitto "non c'era indicazione, avviso o divieto. Nessun uomo ha avuto cura di dirmi: - attenzione! - Nessuna donna che m'abbia detto: - Cosa fa, non vede che è proibito? - Ed invece la gente sai che faceva? PASSEGGIAVA, che disgraziati! SI GODEVA IL SOLE, che parassiti! Mi sento afflitto"

"Ehh, ferma ferma.." irrompe l'amico indispettito "ora non esagerare! Anche tu te ne stavi al sole colla tua bella, o no? Anche tu te la spassavi mangiando bevendo e recitando versi per far colpo sulla giovin donzella!" gli pontificava con la destra sul fianco e la sinistra a fender l'aria con l'indice impettito!
"Ehi ehi rinfodera quel dito.. che mi spaventi! Mica sei Cyrano o D'Artagnan, Zorro o Peter Pan! E poi" continua con fare tra il contrito e il divertito "hai ragione, caro sceriffo, lo confesso. Quel giorno non é andato bene niente: il cibo, il vino, il sole e parlare d'amore? -Te lo scordi, sei proprio un fesso!- Mi fa lei, capisci? Così, me ne sono andato avvilito dimenticando le due ruote finché non l'ho riviste circondate da pesci e ricoperte di ghiaccio come un ricordo sbiadito".

domenica 25 settembre 2016

Sugli effetti dell'amore

Bellezza, eravamo
Luce, brillavamo
Gioia, emanavamo
Amore.
Avete toccato il cielo?
Ubriaco, non me lo ricordo.
Ancora una pinta.
Ci vediamo al pub!



Note
Queste parole le dedico a Cristina e ad Alessandro che ieri si sono sposati. E le dedico al coro della messa delle 19 della chiesa di Sant'Angelo di Milano. Coro con cui ieri ho animato il matrimonio dei due giovani sposi.

lunedì 29 agosto 2016

Immagini parlanti: il Falsopepe


Io nu llo sapevo propio che sarei diventato il giorno che m'hanno messo nelle mano de 'sta donna, Lucia la chiameno qui quelli della specie sua, che curiosa e determinata è stata a volemme ar fianco suo e m'ha piantato e m'ha cresciuto senza sape' bene nemmeno lei che je sarei diventato, che fiori j'avrei fatto, che frutti j'avrei dato. E si che l'omo accanto a lei, Leonardo se chiama, non me ce voleva pe' gnente tra le cose sua. E ll'artri du' fratelli mia non l'ha mica curati, nu lla mica dissetati, nun c'ha mica parlato insomma nun l'ha curati come Lucia ha fatto co' me. Oggi so grande e robusto ma a vedemme la gente der posto nun ce se raccapezza, nun capischeno a che razza appartengo.


Ma io me sento bene, c'ho le radici qui ben piantate nella terra fertile e dorce, so' pieno de rami che dapprima salischeno tutti su verso er cielo generoso e poi aricaleno verso er basso facenno ciondola' tutte 'ste foje che a vorte pareno piume che quanno che me sfioreno me fanno tutto er solletico, a vorte quanno che er sole è arto ner cielo me sbrilluccicheno tutte manco fossero orecchini de diamanti, artre vorte ancora quanno er cielo è pieno de nuvoloni che pare che debba piove tutta l'acqua der monno da un momento all'artro me sembreno come gocce piene e gonfie de na pioggia d'autunno. Lucia, quanno che poggia l'occhi su de me tra er tanto traffica' che l'impegna tutta la giornata, io lo vedo quant'è fiera de me ma me sento che è ancora un po' scettica e che se chiede "io che me ne faccio dei semini tui rossi e piccoli che sembreno pepe..?" Poi un giorno me confida "sai che c'è, Falsopepe mio? Ho deciso che li pijo e li faccio secca'. Faremo conosce a tutti quanti quanto so bboni i semi tui perchè secondo me tu sei pure bbono mica sei solo bello!".


venerdì 26 agosto 2016

Radici nella Tuscia

Il viterbese è pieno di paesetti.
"E grazie al ciupero!" sento l'eco di pensieri nascosti dietro
nemmeno troppo ironici sorrisetti.
Ma io lo dico e lo ripeto: il viterbese è pieno di paesi 
che in comune hanno l'obbligo di dover esser visitati 
a partire dalle ore diciotto.
A quest'ora, infatti, il verde e l'arancione 
fanno bella mostra di se stessi,
certo solo agli occhi della gente 
che si prende il tempo per coglierne i riflessi.
A ben guardare essi, cioé il verde e l'arancione dico, 
sciorinano un'infinita declinazione di sfumature 
che nemmeno l'arcobaleno, non ne son certo al 100% 
ma ora glielo chiedo, ne ha cognizione.
Ma io inizio il mio giro di buon mattino 
raggiungendo Montefiascone, 
paese noto per il vino si ma anche, per me, 
per il punto privilegiato d'osservazione 
che si ha affacciandosi su in cima alla torre 
che è il punto più alto della collina 
dov'è sorto secoli prima.
Da qui, come una sentinella, 
scorgo e controllo tutta la Tuscia, 
da Viterbo distesa sulla valle 
a Bolsena appollaiata sul lago 
e poi Marta e ancora la bella Vetralla e..
"Se vabbè, Vetralla.. Nu lla vedi mica quella!" 
sento di nuovo l'eco di pensieri 
ora fin troppo rumorosi. 
Ma si, lo so, non c'è bisogno che s'agitino 
troppo solo perchè ho raccontato 
quanto gustosa sia la vista da la sopra. 
Facinorosi!
"Allora scendo e me ne vado a Capodimonte. 
La prima volta l'ho visitato con lentezza, 
cioè con il tempo giusto per farci amicizia, 
scoprirne abitudini che ancora oggi conservo 
e di esse l'intima bellezza.
Come quando faccio scorta per l'inverno 
di rosmarino e di lavanda 
e con le mani ancora unte dei loro odori 
mi mangio un gelato assistendo 
ad una gara dei signori bocciatori.
A malincuore lo saluto ma solo perchè 
voglio raggiungere la vicina Marta 
dove m'accoglie il ricordo di Ella, 
delle more e di lonza e melone.
Da li a Tuscania poi é una ventina di minuti: 
prendo la strada provinciale polverosa, 
attraverso campi di grano, 
m'infilo in tunnel naturali sospesi 
tra platani e arbusti di tipo vario. 
La sequenza di chiaroscuri è semplicemente meravigliosa 
e da sola basterebbe alla giornata 
se non fosse che alla fine mi ritrovo a Tuscania.
Che gioiello! mi sembra di entrare nel salotto di casa mia, 
cioè non ne ho uno ma se lo avessi lo vorrei così bello. 
Tuscania m'incanta colle mura, l'odore dell'erba tagliata, 
la chiesetta della Madonna delle nevi 
e la storiella dell'"Ultima Pecetta".
Quando riprendo la strada del mio giro 
già pregusto il dolce ammollo nell'acqua termale sulfurosa, 
col sole e la terra zolfosa che mi butto in testa 
pensando che mi faccia (più) bello!
Pieno di immagini e colori torno al paese in cui vivo, 
Capranica, che m'incanta con dettagli sempre nuovi: 
la luce e i gatti, l'odor di legna e i tetti, 
le sagre e le sore che affollano i vicoletti. 
È così che questo paese mi riempie ogni giorno 
ed inesorabilmente il cuore.

sabato 20 agosto 2016

Diviso a metà





"Non è uno scherzo" dice ironico il capitano dell'imbarcazione che mi porta, insieme ad altre 15 persone, a visitare le grotte naturali " qui è lo Ionio" prosegue lui aggiungendo dettagli utili alla sua tesi "siamo a 10 metri dalla costa e la profondità del mare va dai 10 ai 20 metri". Poi dà un'accelerata e tutti noi, concentrati ad ascoltarlo come tanti Ulisse ascoltano le sirene, veniamo presi d'incontro come i pugili e sobbalziamo vittime della gravità e delle onde. Soddisfatto dell'effetto il capitano ferma l'imbarcazione dopo pochi metri e pontifica "qui siamo nell'Adriatico alla stessa distanza dalla costa ma la profondità va dai 35 ai 90 metri". Restiamo così sospesi tra il sentire di trovarci in un luogo unico e la voglia di proseguire il giro ed ascoltare altre amenità simili. "Ah ah.. C'abbiamo l'Adriatico personalizzato!" chiude la sua arringa il capitanoe con una battuta che distende tutto e ci fa ridere. E la linea che divide i due mari, di cui avevo finora solo sentito parlare, esiste davvero e si vede per bene soprattutto dall'alto del promontorio dove c'è il faro. Salgo, mi affaccio ed è li, la vedo. La vedo anche quando mi guardo in foto, la linea. Ora, io non sono fotogenico e perchè una foto che mi ritrae sia bella ci vogliono determinate condizioni emotive e climatiche. Tuttavia per quello che mi serve in questo momento è sufficiente una qualunque foto purchè sia chiara e veritiera perchè io possa vedere la mia faccia e la linea che la divide in due. Copro con un dito metà volto e vedo un uomo. Copro con lo stesso dito l'altra metà dello stesso volto e vedo un altro uomo: sulla stessa faccia ci sono due espressioni, due modi di guardare e di sorridere. "Ma anche di sentire e di pensare" mi dico. Sono doppio, anzi sono uno ma diviso a metà e ció mi spaventa un po': più mi conosco e più mi rilasso perchè rilassato mi accolgo questo è vero ma non mi conosco del tutto e, soprattutto nei momenti di debolezza, cado vittima di vecchie dinamiche che oggi riconosco, a cui oggi dó nome e cognome, ma non basta ancora per evitarle. "You don't know.." dice Francesco ai figli sapendo pregustando il piacere che avrà nel sentirli finire l'aforisma del signor George Lucas "..the dark side of the power".

martedì 16 agosto 2016

Immagini parlanti: la loggica dell'invasione


"È stato avvistato un'alieno! 
Si! Nei pressi, vicino, giù di lì.
Di bellaspetto, piaciente, ma temo incompatibbile co gli omini di qui". Nervoso il comunicato dell'impiegato con cui proclama la notizia dell'invasione. 
"Restate in casa! e fate attenzzione: 
Ha 4 dita, una mano e un dorso tutto bucato!" 
Un passante, maestro di professione, lo ascolta irritato per i tanti errori.
"Si calmi e faccia lei attenzione! 
È certo che un sospetto meriti siffatta deturpazione?  
La guardi meglio e sia obiettivo, sono umane, dita e anello, non venusiane!" 
"Eh, si, eh.. non faccia il sapientone!" 
Replica piccato l'impiegato 
"Voglio vedere: quando busseranno alla sua porta, provi a convincerli con l'analisi loggica!"


Nota. Questa immagine mi ha ispirato il desiderio di tentar di omaggiare il signor Rodari. 

venerdì 12 agosto 2016

Immagini parlanti: il guardone.


"Lei è proprio uno screanzato!" fa scocciata la sora picciona, decana del quartiere medioevale San Pellegrino a Viterbo "si vergogni a importunare le vecchie signore sbirciandone le preziosità tra le piume!"
Sono sorpreso perchè mai m'era accaduta una reazione del genere. "Ma signora.. Si calmi.. Io non volevo.. Mi creda.. Non sono un guardone.. È una questione artistica di immagini parlanti e..." 
"..Questione artistica un corno!" tuona la compare, picciona del quartiere limitrofo Sant'Andrea che aveva visto tutto, " lei è un guardone bell'e buono sa!"
"No.. allora signore.. Io volevo solo raccontare la morbidezza che mostrate quando vi accovacciate. Mi date l'impressione di essere soffici come l'ovatta.."
"Dice davvero?.. Mmm.. Forse abbiamo esagerato.. sa questi tempi per noi piccione non sono felici.. Senta, facciamo così: in cambio delle sue inmagini parlanti le chiedo una cosa, che dice?"
"Certo sora picciona, mi dica. Cosa posso fare per lei?" le dico felice diq uesta sua apertura.
"Me faccia er piacere, c'ho 'n prurito.. me dia na grattatina..."

martedì 9 agosto 2016

Immagini parlanti: la politica dell'integrazione


"Se solo le tue lunghe dita" sospira l'ultima foglia dell'estremità destra della lega autonoma Alba di Passiflora "fossero come foglie longilinee delicate io non ne avrei paura". E poi, dopo aver atteso il necessario tempo teatrale e aver fatto mandar giù l'immagine alla platea di foglie e insetti che stava li ad ascoltarla rapita dalla sua retorica, prosegue assestando un altro colpo che pensava "con questo cadranno tutte ai miei piedi nemmeno fosse autunno". Disse "se tu solo fossi come me potresti adagiarti sulle mie radici, sentire il battito del mio cuore, il solletico delle api, le risate delle coccinelle, potresti intrecciarti con me per sempre.. Se solo tu fossi come me". Di nuovo, con l'emozione in gola di chi sa di aver suscitato un'emozione unica, crea di nuovo il silenzio, resta in attesa dell'ovazione e degli applausi che ne è certa esploderanno all'unisono. E si prepara inchinandosi a riceverli. La platea è li che la guarda, rintronata da tanta bellezza che stenta a capire cosa fare e resta a bocca aperta finchè una foglia, compagna del gruppo anarchico di foglie dell'estremità sinistra si alza in piedi e urla "M'anvedila! eh brava la nostra populista!" Fa tutta indispettita "ce voi impapocchia'! Ma che nu llo vedi che è già così! Che s'è già intrecciata!? Te e le tue storie conservatrici.. Ma valle a racconta ar circolo delle ghirlande!" Allora si che un boato si levó assordante e  fischi e urla e oggetti che volavano tra le fila.. C'era così tanta confusione che nemmeno più le api operaie s'avvicinavano a raccogliere il polline. Svolazzando e scuotendo testa e ali decisero ciondolanti di farsi una pinta di sambuco al bar stelo 40..

sabato 23 luglio 2016

nemmeno una goccia. Ma io già lo sapevo..

Già lo sapevo che eri margherita
dai lunghi petali bianchi
tutti slanciati per non far cadere
del sole nemmeno una goccia.

Allora ti immagino riccia e rossa
come l'amore che ti circonda
le mani aperte rivolte al cielo
ancora inesperte per esplorarlo.

Gli occhi tondi, la faccia raggiante,
un carattere esondante da rendere
fin troppo piccola già la pancia di tua madre,
da rendere folle già il cuore di tuo padre.

Ma io già lo sapevo che eri margherita
tutta riccia e divertita
con le mani aperte e gli occhi tondi
per non perdere del mondo nemmeno una goccia.


[Margherita è nata nel 2010. Lei è figlia di Jenni e Simone che è fratello di Federica che conosco da sempre e anche prima. Ho scritto questa poesia per Margherita prima che Margherita nascesse, prima di sapere che si sarebbe chiamata proprio così come avevo immaginato. E prima di sapere se sarebbe stata veramente riccia e rossa..]

mercoledì 27 aprile 2016

25 aprile 2016


"No, senti Ale, io quest'anno non me la sento. Mi sembra di essere un colonizzatore. Sento che è il momento di fare un passo indietro e di lasciare questo riconoscimento a chi vive di più la snia perchè questo per me è un riconoscimento mi fa sentire parte della snia anche se sono lontano mi sento ogni anno accolto come un fratello.. " così le ho detto impegnandomi in un pensiero articolato, intimo e definito che avevo elaborato con tanta convinzione che non poteva essere smontato ed invece sono bastate queste poche parole "non dire fregnacce. Viecce a da' 'na mano. T'aspettamo" per farmi crollare tutta la torre che la testa aveva costruito e ridar voce al cuore che scalpitava per esserci, per prendere posizione, parteggiare a favore cioè di una vita senza frontiere, regolamentata si e piena delle ricchezze che solo la multiculturalità e l'integrazione possono offrire. E poi esserci vuol dire "calcio" lo sport che, se ne sei appassionato, non puoi fare a meno di vedere e di praticare. Verità lapalissiana? Forse ma solo in supericie perchè sono convinto che il calcio sia molto di più di una affermazione scontata: tutti sono allenatori tutti sono giocatori tutti sono tifosi e tutti, chi più chi meno, sono proseliti di una religione pagana 2.0. E se hai l'opportunità di praticarlo allora il calcio rende grande anzi divino colui che compie un gesto perfetto per esecuzione efficacia e bellezza e rende invincibile il team che trama con sapienza e coordinazione un movimento che compie come fosse un solo corpo. Tanto rende speciali il calcio che i giocatori fanno i salti mortali per essere il 25 aprile al campetto della piazza del pigneto intitolata a due uomini, Persiani e Nuccitelli, partigiani esponenti della resistenza contro la ferocia, la violenza e l'oppressione nazi-fascista che li ha travolti restandone vittime. Così succede che Marco s'incastra i tempi della sua reperibilità e s'organizza con la moglie per gestire il plotone di figlie. Enrico scende in campo sebbene abbia finito alle 5 di mattina di lavorare. Jordi viene dalla Barcellona spagnola per giocarsi la chance di entrare nella storia anche fosse per il secondo di gioia esplosiva che solo un gol puó consegnare al giocatore che lo sigla. E poi Emiliano, dovevate vederlo alle 12 tutto imbacuccato colla voce cavernosa dire "ah Giallù, c'ho le placche, la gola me fa male nun ce la fo" e poi incontrarlo alle 15 confessare a se stesso a e al mondo "non ce la faccio a non giocare": indossa i suoi pantaloncini, scende in campo, corre, rincorre, si vive questa giornata di sport anzi di calcio proprio come ha fatto il cielo che ha illuminato questo palcoscenico sgombrando le nuvole e facendo spazio al sole grande e caldo. In questo contesto di attese, emozioni, immagini ed aspettative ha inizio il torneo di calcetto della liberazione 2016. cominciamo a giocare e come al solito inanelliamo una partita via l'altra senza soluzione di continuità. Per me è un privilegio poterci essere ogni partita: come arbitro me le vedo tutte e ne curo l'armonia, mi becco i ringraziamenti ma anche gli urli di chi non ci sta a vedersi negato o assegnato un fallo ingiustamente a suo dire ma per quanto io possa essermi sbagliato è sempre bene che la condotta arbitrale sia ben precisa e sul fischio non si torna indietro a meno che tutti i giocatori in campo unanimamente non mi facciano cambiare idea. Quando accade sono ben contento di farlo perchè la competitività smaliziata del voglio vincere a tutti i costi lascia il posto all'agonismo positivo del voglio vincere ma correttamente. Perchè non si creda che ad un torneo così si partecipi per la gloria del volemose bene. Certo si gioca per stare insieme, per godersi una giornata di sole, birra e salsiccia o soja, per giocare allo sport che c'appassiona e ci rende più vicini ai calciatori professionisti che seguiamo con devozione ma anche, e dico io SOPRATTUTTO, per poter dire a chiunque, caro e meno caro, e con orgoglio "oggi ho vinto io!". Daje!

domenica 13 dicembre 2015

una mattina vera per metà

Una mattina.
In bicicletta. 
Brrr, freddo freddo.
Sono al semaforo rosso nè in ritardo nè in anticipo per la mia meta, un tempo giusto che mi permette di scendere dalla sella e guardarmi intorno. Ti vedo: sei lì in attesa di attraversare la strada coi tuoi lunghi capelli rossi, il tuo sguardo accigliato e la bocca leggermente di traverso come a dire "coraggio, non ci puoi far nulla se non accettarlo". Mi avvicino, tutto imbacuccato come un ladro, e la donna che credevo di conoscere si spaventa e stringe la borsetta al petto. Capisco d'aver preso un granchio. Sorrido e mi scuso. Mi allontano da te, che poi non sei te, dal tuo sguardo ora non più spaventato, dalla tua bocca ora non più di traverso, dai tuoi capelli rossi. Tutto imbacuccato come un ladro, ritorno al semaforo per riprendere la strada verso la mia meta. È verde.
Brr, freddo freddo.
In bicicletta.
Una mattina.


martedì 8 dicembre 2015

nella nebbia un raggio di coraggio

Novembre 2015

Ci risiamo. Lo so che vivo a Milano e che la nebbia è un ospite che bussa spesso alla porta di casa ma la speranza di vedere un po' di sole è inguaribile. Così ogni mattina la luce che attraversa le persiane di casa mi fa sperare che la giornata sarà abbracciata dai raggi del sole. Apro la finestra e il bianco denso e umido della nebbia entra in casa. "Me certo, si accomodi. Vuole un tè? Una tisana?" faccio alla compagna del mio vicino che, spuntando dalla nebbia sulla mia ringhiera, per non disturbare lui alle 7 di mattina suona alla mia porta presentandosi come la sua amica. "Si va bene una tisana. Sai, ho appena fatto colazione con cappuccino e cornetto. Scusami se ti disturbo ma non voglio farlo arrabbiare" e invece di me non ti curi. Ma io accolgo tutti, le compagne dei vicini che si spacciano per loro amiche, la nebbia e i testimoni di Geova e con uno in particolare ho legato e frequentemente viene a trovarmi. Per farlo ogni volta si inerpica per i cinque piani senza ascensore del mio palazzo trovandosi la porta spalancata, un bicchiere d'acqua naturalmente come Domindika mi ha insegnato, e le mie storie che a volte mi sembro io il testimone di Geova e non lui.
Ci risiamo dunque e oggi, ancora oggi per l'ennesima volta, la giornata meteorologicamente parlando è segnata. Inforco la bici e prendo la strada per il teatro, direzione Lambrate. Colle prime pedalate dimentico i fatti della mattina e mi immergo nel pensiero degli attacchi terroristici compiuti a Parigi la notte scorsa. Ogni pedalata è un pensiero: paura, disgrazia, impotenza, collera, intolleranza, morte tutte insieme a formare un puzzle intorno alla tragedia appena consumata. Questa mattina i giornali erano pieni di immagini e di promesse. Ma questo terrorismo ideologico è difficile da combattere perchè è come un virus penso e rischia di minare profondamente i rapporti tra cristiani e musulmani sebbene questi terroristi abbiano ben poco a che vedere con la religione. Mi fermo al semaforo: è rosso e la luce spicca nel bianco che lo avvolge. La gente passa e uno mi fissa o forse sono io che lo fisso restando incantato. Dice, almeno mi immagino così "ti sembra normale che tutto l'occidente si mobilita per i fatti di Parigi quando nessuno ha detto o fatto nulla per i morti in Libano di nemmeno una settimana fa? Ipocriti!". Verde. Riprendo la strada continuando a guardare il tipo con la coda dell'occhio. Ancora uno stop, ancora tanta nebbia dalla quale sbuca una donna che mi mostra un articolo di un quotidiano, ma temo che il tempo mi stia dando alla testa: "non avrete il mio odio" grida un uomo sopravvisuto alla moglie agli attentati di ieri.
"Non avrete il mio odio nè quello di mio figlio" ripete.
"Non avrete il mio odio nè quello di mio figlio" insiste" perchè significherebbe darvela vinta".
Non avrete il mio odio.
Sono arrivato. Prove a oltranza.

lunedì 7 dicembre 2015

Storia di Adele ed Ivo


I° atto: i manifestanti. Settembre 2010.

(In sottofondo ci sono Bella Ciao e il rumore della folla di una manifestazione. Voce fuori campo: settembre 2010, durante una manifestazione, alcuni uomini scambiano opinioni).

LA FOLLA (grida a squarciagola, come un mantra): "il popolo è sovrano", "noi non paghiamo i vostri errori", "la crisi siete voi", "ve ne dovete andare a fanculo", "incazzatevi insieme a noi! Votateci votateci!"

UN UOMO: "Te l’avevo detto! Siamo alle solite… Ti fidi, pensi di aver puntato sul cavallo giusto, per anni credi che vada tutto bene e poi scopri che invece di pulirla la sporcizia era stata buttata sotto il tappeto. Alzi il tappeto, lo riabbassi. Lo rialzi perché non ci credi e lo riabbassi…. Macchè! Non serve a niente… Ahò te ricordi la battuta della sora Lella? “perché a quello l’hanno da caccià via!”. No Sora Lè, quello lì non lo cacciamo. Sembra la gramigna. Cerchi di toglierla ma quella sta sempre là. Per giunta la gramigna non è un uomo ma è una categoria: i politici! E oggi ci va bene perché prima, quando c’era lui e tu sai di chi parlo.. lui… mica ci chiedevano solo voti e tasse.. altro che... il dazio era la vita!

(Fuori campo. Audio della dichiarazione di guerra dell'Italia declamata da Mussolini a piazza Venezia, Roma)

II° atto: Adele ed Ivo. Settembre 1942

IVO: Mi chiamo Ivo, ho 20 anni, e sono un soldato della regia fanteria italiana.

TENENTE (rivolto a IVO): Soldato Moretti! Partirai per la Russia

IVO: Per la Russia?? E che ci vado a fare in Russia?!?

TENENTE: Soldato! non devi domandare. Un soldato deve OBBEDIRE! La Russia è tutti i luoghi in cui c’è da difendere l’onore e l’integrità della madre patria

IVO: Signorsì TENENTE. Ma perché proprio in Russia?

TENENTE: Perché i russi stanno minacciando l’integrità e l’onore della nostra madre patria! Per questo dobbiamo, anzi DOVETE annientare il nemico

IVO: Signorsì TENENTE.. scusi TENENTE non capisco. i russi non hanno mai fatto niente né a me e né all’Italia, per quanto io ne sappia, perché dovrei invaderli ed ucciderli?

TENENTE: Ecco soldato! Tu non sai! Io si e il nemico va annientato PREVENTIVAMENTE per difendere l’integrità e l’onore della madre patria e per difendere le vostre famiglie! Dobbiamo, anzi DOVETE combattere per l’onore e l’integrità dell’Italia e dei suoi figli! Questi sono gli ordini e un soldato deve OBBEDIRE!

IVO: Signorsì TENENTE. Obbedisco per l’integrità e l’onore della madre patria e dell’Italia e per difendere la mia Adele partirò per la Russia e annienterò il nemico che ci minaccia!.

TENENTE: Bravo soldato!

IVO: TENENTE, signorsì signore, di voi mi fido perchè so che avete a cuore la vita dei vostri soldati che sono figli dell’Italia e della madre patria. Dico bene signore?... TENENTE? Dico bene TENENTE?.... TENENTE, ma dove va?... Le ho fatto una domanda..

(Rivolto al pubblico) A volte è davvero maleducato…

(IVO cammina come un soldato sul posto-immagine del tempo che passa-unò duè unò duè)

IVO (rivolto al pubblico): Tra un mese parto per il fronte. Ed oggi sono stato in magazzino a ritirare il mio equipaggiamento. Ma ho un dubbio e voglio chiederlo al TENENTE.

(Rivolto al TENENTE): Signorsì TENENTE. ho ritirato una divisa verde, un elmetto verde, uno zaino verde - pesantissimo TENENTE è pieno di roba -, gli scarponi marroni, un fucile.. verde

(IVO rid3 ma subito torna serio perché il TENENTE non risponde alla sua risata. Rivolto al pubblico): che modi..

(Rivolto al TENENTE): TENENTE mi scusi..

TENENTE: Che altro vuoi Moretti?

IVO: TENENTE mi scusi ho sentito che farà freddo in Russia. Faccio richiesta di un cappotto pesante

TENENTE: Soldato Moretti! non avrai tempo di sentire freddo in Russia. E poi non ci sono cappotti. Fattelo mandare da casa!

IVO: Signorsì TENENTE, agli ordini. Me lo farò spedire da casa….. TENENTE?

TENENTE: Che c’è ancora, soldato?

IVO: Ma se non abbiamo nemmeno i soldi per comprare i cappotti pesanti come faremo a vincere questa guerra?

TENENTE: (si schiarisce la voce, e fa per scansare Ivo col braccio) …e tu soldato Persichetti, i mutandoni di lana fatteli mandare da casa. E comunque non avrai tempo di sentirne la mancanza. Eehh Moretti, per favore, stai sempre qui a fare domande. Te l’abbiamo già detto no?, un soldato non fa domande, obbedisce. E allora obbedisci. Smammare!

(IVO cammino come un soldato sul posto - unò duè unò duè)

IVO (rivolto verso il pubblico): Domani parto per la Russia. Sono a casa, seduto a tavola, ma dopo cena devo tornare in caserma. Mia madre ha cucinato una cena deliziosa, e tutti sono ben vestiti e profumati. Voglio bene ai miei genitori e Adele, la mia Adele, la mia sorellina, la adoro ma lei non smette di guardarmi e di piangere…

IVO (rivolto ad Adele): Adele! Basta, smettila di piangere. Io sono adulto oramai, ho quasi 22 anni. sono un soldato e domani parto per la Russia. Avrò cura di me. I nostri ufficiali sono persone sicure, forti e hanno a cuore la nostra vita. Oh Adele … che ti ho detto! Smettila di piangere.. Pensa, ci hanno detto che è una guerra praticamente vinta. Nel giro di un anno, al massimo due, sarò di ritorno più forte e più uomo di prima … magari pieno di medaglie … Vedrai sarai orgogliosa di me.

(Rivolto al pubblico) Lei mi dice che già lo è e non c’è bisogno di partire in Russia.

(Rivolto ad Adele. Ivo si toglie il tovagliolo dal collo, si alzo dal tavolo ..) Ti scriverò tutti i giorni e ti racconterò le mie avventure. Sai che ridere! Ma ora smettila di piangere per favore. Piuttosto fai la brava col tuo Giulio!

(Rivolto al pubblico) Sto per andare via, saluto i miei genitori e Adele mi salta al collo. Mi bacia e mi stringe tanto da farmi male. Mi bagna la divisa nuova di lacrime

(Rivolto ad ADELE): ma Adele! Ora che figura ci faccio coi commilitoni! Con tutta la divisa bagnata

(Rivolto al pubblico): Rido, ride e finalmente Adele non piange più. La stacco da me e la riconsegno ai nostri genitori. Ma in verità non volevo che lei si staccasse dal mio collo. Non volevo andar via da casa. Non avrei mai lasciato sola Adele, la mia sorellina. Questa guerra, questa vita non mi è mai appartenuta. Non c’ho mai creduto…

III.epilogo

(Rumori di sottofondo di guerra. Rumore artiglieria pesante (insieme))

IO (Rivolto verso il pubblico): Ivo Moretti, il fratello di mia nonna Adele, è morto nel campo di prigionia n.188 di Tambov, nella regione di Tambov, in Russia, il 28 febbraio 1943. Aveva 21 anni. Tutto ciò che lo stato italiano ha restituito alla sua sorellina è una lettera con allegata una cartina dove è stato evidenziato in giallo il presunto luogo di sepoltura di Ivo.

Io andrò a trovarlo, prima o poi. Non so bene spiegarvi perché ma sento che è importante che io lo faccia. Importante per Ivo e per mia nonna Adele. Nel frattempo mi permetto di raccontare la sua storia per non dimenticare.

Buio

mercoledì 29 luglio 2015

di sabato pomeriggio d'estate

Di sabato pomeriggio d'estate scendo le scale del mio palazzo
dal quinto piano al piano terra. Senza ascensore s'intende!
Ma non pensiate che io sia uno sportivo assatanato o addirittura un pazzo
perchè dove vivo, ve lo dico, solo a piedi si sale e solo a piedi si scende.

Dunque a piedi scendo di un piano ed incontro un plotone di bambini scalmanati
sono chiassosi, colorati, sudati, sorridenti, a tratti disperati
fa assai caldo oggi, si fatica a respirare e la madre li rincorre per bagnarli
"buongiorno" gli dico passando. D'un tratto il silenzio e il buongiorno mi ridanno

scendo ancora coi loro occhi puntati, la madre li ha calmati, ma io me li dimentico
perchè sono rapito dalla musica di uno stereo mezzo rotto
che incantato riproduce a ripetizione un ritornello, sempre lo stesso, identico.
Mi sembra tutto surreale come un sogno, ma dal sapore antico e familiare, già vissuto, già visto.

Scendo ancora e al secondo sono steso dall'odore di cibo speziato
proveniente dalle cucine di ogni dove che si riuniscono in questo stretto pianerottolo.
Bangla, equadoregni, cingalesi, egiziani, filippini,
è ancora un sogno, si, quello stavolta di un mondo senza confini.

Arrivo al primo ma giro sui tacchi, "accindenti la testa!", devo ritornare.
Entro in silenzio, lei è ancora addormentata,
mi risiedo per terra, accanto al letto e la guardo sognare.
"Resto così un altro po' " penso. Amo questo istante di vita sognata.

domenica 24 maggio 2015

Passato prossimo: le abitudini

Smettete di essere ansiosi per la vostra anima, di ciò che mangerete o di ciò che berrete, o per il vostro corpo, di ciò che indosserete. Non vale l'anima più del cibo e il corpo più del vestito? (Gesù in Matteo 6: 25-34)

E' l'estate del 2012. Sono al mare di Santa Severa, proprio sotto il vecchio castello medievale. Un granchio mi cammina sul piede. Me ne accorgo, mi muovo e lui sgattaiola via anzi sgrancaiola via dato il suo stile orizzontale di darsi alla macchia anzi all'acqua. Me lo guardo finchè posso, finchè non scompare quindi riprendo il mio tram tram fatto di poche cose semplici: del resto sono appollaiato su uno scoglio nella posizione yogica della lucertola. Uno scoglio tra molti scogli, popolati principalmente da granchi e circondati da ampie distese di alghe che finchè le mangio insieme al ramen sono deliziose ma nell'acqua ne ho il terrore. Sono uno dei pochi essere umani a preferire lo scoglio, il resto è a godersi l'arenile poche centinaia di metri più in là. Più comodo, più social, più pipinara peró. A me piace così, ora e qui. Lo scoglio piatto che mi ospita ha spazio solo per me ed è questa la condizione necessaria e sufficiente per la mia missione. Il bagno in mare dagli scogli mi spaventa e voglio esorcizzarlo. Mi mette a disagio non poter vedere e controllare quanto mi accade sotto. E se un alga sta aspettando il momento buono per allacciarsi alla mia caviglia e tirarmi giù? E se i pesci decidessero di banchettare colle mie ginocchia e farci un brodino?... La verità signori della corte è che immerso nell'acqua ho la percezione di quanto sia piccolo rispetto alla natura e questo è disarmante. Ogni volta che decido di buttarmi la negoziazione è cosa lunga: sondo il fondale, guardo dove mettere i piedi, scanso i ricci, evito i granchi, mi domando come avrebbe fatto Amleto (ne sono quasi certo) se fosse stato al mio posto teschio in mano "mi tuffo o non mi tuffo questo è il dilemma". Alla fine caro Amleto la risposta da prendere è sempre quella che risolve, quella maturata ascoltandosi in profodità. Io mi tuffo Amle'! e mi godo il mare. Immediato è il refrigerio dalla calura estiva di agosto: l'acqua frigge sulla mia pelle come l'olio in padella quando cucino i supplì. Il contrasto termico è tale che quando entro "Boom!" abbatto la barriera del suono, o dell'acqua sarebbe meglio dire. A mollo, mi giro e mi rigiro, galleggio come un tronco alla deriva o quando ho gli occhiali ne approfitto per studiarmi la fauna marittima. Esco, mi appollaio di nuovo, leggo, mangio, osservo i granchi e così via 5 o 6 volte al dì per tutti i giorni di ferie. Prescrizione non-medica ma che fa bene. 

Di queste prescrizioni mi piace riempirmi le tasche perchè dopo le prime volte in cui si gusta la novità tutto diventa abitudine e l'abitudine porta con se conoscenza e sicurezza. 

Mi piacciono le abitudini e sono certo che anche ad Amleto piacessero. Anche il granchio è abitudinario, per non parlare del mare che urta di continuo contro il mio scoglio senza stancarsi. Re delle abitudini è peró il ragno che ospito nella mia casa di Milano. Coabitiamo oramai da diversi mesi e io ogni settimana gli smonto la tela. Non è per cattiveria ma rischio di finire come lo stregone amico bucolico di Gandalf. Lui, il ragno, ogni volta si rimette li a rimontarla esattamente come era prima. Io la smonto e lui la rimonta, uguale. Che penso chi glielo fa fare, al posto suo me ne andrei nella casa accanto invece no persiste. Resta, resiliente, resistente. Anche questo ci accomuna credo, la resilienza. La vera difficoltà è nel capire il confine col masochismo. Camminare sull'abisso è davvero un'arte complessa e riuscire a farlo consapevolmente è un vero traguardo. 

Mi riempio le tasche di prescrizioni non mediche perchè fanno bene, con esse apro la mia mente. Alcune sono piccole novità che diventano in fretta routine dunque abitudini portando con se la voglia di provarne delle nuove. Altre sono tali che non diventano mai routine nel senso comune cioè pur diventandolo non stancano mai perchè portano con sè l'emozione del cambiamento: come recitare per intenderci. Di simile, tra me e il ragno dico, c'è la necessità di sopravvivere eppure lui non si cruccia e non diventa irrequieto come me. Lui forse sa che è inutile essere ansiosi perchè "l'ansia non aggiungerà un giorno in più alla sua vita". Puó un ragno saperne più di me? Non lo so, ma io gli smonto la tela. Tanto per non perdere l'abitudine. 

giovedì 30 aprile 2015

istantanee: racconti somali

Hargheysa, Somaliland. Marzo 2015

C’è stato un tempo in cui, seduto in macchina con mia madre alla guida, riuscivo a sprofondare nel sedile per vedere nei giorni di pioggia le gocce cadere quasi in perpendicolare sul parabrezza. Il gioco era di indovinare quale sarebbe stata la posizione della prima goccia che cadeva subito dopo quella appena schiantatasi oppure di indovinarne la grandezza. Questo ho pensato mentre ero nell’auto di Alì direzione albergo. Qui, Hargheisa, Somaliland, Corno d'Africa, dove mi trovo in missione per actionaid, l'organizzazione no profit per la quale lavoro, è infatti ufficialmente iniziata la stagione delle piogge dopo 5 mesi di secca e quando piove ad Hargheisa, cioè forse anche in tutto il Somaliland e la Somalia ma posso testimoniare solo per Hargheisa, insomma quando piove qui sembra che tutta la pioggia della Terra si riversi sopra questa città. Scende infatti una quantità d’acqua notevole in poco tempo e le strade si allagano in un attimo, complice un sistema fognario inesistente. In breve si scatena un vero e proprio acquazzone senza preavviso! Di solito sono abituato ai lampi che precedono i tuoni che precedono la pioggia e a contare il tempo tra il lampo e il tuono si capisce a grandi linee quanto in fretta uno deve andare per non fracicarsi. Qui no. Certo il cielo s’annuvola e dopo un paio di volte che ti frega capisci che questo è il segnale che è molto meglio che corri a trovarti un riparo perché di li a poco si scatenerà un putiferio. E così la gente, che sa, comincia a muoversi in anticipo ma quella che ahilei è beccata dall’acqua che cade a secchiate corre ed attraversa le strade rischiando grosso come la giovane donna che Alì stava secondo me per mettere sotto. “attento Alì!” faccio io e lui “no problem, my friend. I got it, I got it!”. E meno male che l'hai got it.

Lui, Alì, è un collega somalo di actionaid e si è voluto far scattare una foto mettendosi in posa durante la nostra visita ai villaggi beneficiari del progetto gestito da actionaid e finanziato coi fondi del MAE. “take me a photo, my friend, so that you can bring it to you in Italy!”. Alì insieme coi colleghi e le colleghe mi ricordano Youssouf, il mio amico maliano: lo sguardo, il sorriso che mi sembra che abbiano una bocca fatta apposta per sorridere contagiosamente, il modo di parlare e di muovere le mani e le dita per stressare questa parola o quel concetto e renderlo il più importante della vita in quel momento, le risate esplosive. Rompere il ghiaccio con loro dunque non è stato molto difficile. Quando pranziamo insieme a volte mi tirano dentro cominciando a parlare inglese, lingua che mastichiamo si ma come quando hai in bocca un pezzo di fegato, e succede che si arrivi farci lezioni di lingua, naturalmente loro mi insegnano il somali ed io il romano, a parlare di politica e di famiglia. Ognuno ha la propria e quando è il mio turno non si chiedono come mai non sia sposato ma si chiedono quando comincerò a cercare. “Stai cercando Miss Right, vero?” mi fa Moktar “lo so perché anche io e anche Hashi l’abbiamo cercata. Solo che in realtà non la cercavamo”. “Quando la incontri ci metti un minuto a capire che lei è lei” fa loro eco Sadia che è donna forte e decisa ma solo così può farsi rispettare in un mondo maschilista. E ad Hargheisa gli uomini sanno essere arroganti, prepotenti e violenti colle donne. Capisco giorno dopo giorno la sua decisione di ritornare qui dopo anni in Europa, comprendo il suo desiderio di provare a promuovere un radicale cambiamento grazie al supporto di actionaid del cui ufficio qui in Somaliland lei è a capo. “Rispettati e fatti rispettare”, “sii convinto e saprai convincere” sono i suoi mantra.

Con questo bagaglio di intrattenimento e familiarità sono partito per l’entroterra somalo tra i villaggi beneficiari del progetto che Sadia e il suo team gestiscono. Questi villaggi sono arroccati su colline rocciose che per arrivarci non ve lo sto nemmeno a spiegare e mi chiedo come cavolo facciano ad orientarsi senza mappa o senza il coso satellitare di cui non possiamo fare più a meno nemmeno in città: ora, se ci riescono significa che si può fare, questione di abitudine che evidentemente stiamo perdendo coccolati e abboffati da mamma tegnologia. Le donne e gli uomini di questi villaggi si sono sperticati per mostrarci cosa sono riusciti a fare coi fondi, i corsi e il supporto ricevuto: pozzi, canaline, pompe idriche, dighe, arnesi, pesticidi, trick e track e bombe a mano. E poi ci hanno fatto mangiare come dei re! Che bontà, ragazzi. Capra e riso, immancabile combinazione somala. E poi il brodo di carne e l’altrettanto immancabile bottiglietta di cola. Devo dire che di carne sto facendo scorta che basterà almeno per un anno e la capra non è la sola che ho mangiato. Si lo confesso signor giudice ho mangiato anche carne di cammello e m’è piaciuta assai! “E’ anche magra” mi dice Hashi con cui chiacchiero durante la visita della tradizionale casa somala. Casa che sembra un igloo, cioè la forma è quella, solo che invece del ghiaccio la struttura è composta di uno scheletro di legno che una volta si ricopriva colle pelli di animale mentre oggi sono ricoperti di panno variopinto e plastica. Quindi da lontano si vede bene, non ti puoi sbagliare, e la parola “lontano” qui non significa 5 metri che poi c’hai un altro palazzo di fronte e gente che te stende i panni in faccia ma significa davvero lontano perché qui in città di grattacieli non c’è nemmeno l’ombra, figuriamoci nell’entroterra dove lontano può valere chilometri.

Oggi queste case tradizionali sono sostituite o affiancate da strutture in alluminio proprio come quella che vedo davanti la finestra della mia camera d'albergo. C'è una famiglia che ci vive composta di un uomo, una donna e tre bambini che giocano appendendosi a un albero in mezzo all’appezzamento di terra dei genitori delimitato da un muretto basso ma che non ha nulla di coltivato. Solo capre. E' un attimo che mi immagino gli uomini di Rosarno che vivono all’addiaccio, mi immagino quelli di Foggia. Qual è la differenza tra la famiglia somala che vedo di fronte casa e gli invisibili che vivono anzi sopravvivono nelle baraccopoli di castel volturno? Che nei campi del sud Italia questi uomini riescono a guadagnare pochi euro che a casa loro sono un patrimonio, fa niente se sfruttati e disprezzati? Fa niente se sono loro malgrado entrati negli ingranaggi del mercato nero? Fa niente se i loro pomodori, le loro arance e clementine e fragole ce le ritroviamo nei supermercati come se niente fosse e ce le compriamo pulendone il sudiciume della mafia e dell'indifferenza dello stato? Avrei la forza di dire di no se fossi in loro? Ma in loro non sono e quando un giovanissimo uomo, cameriere dell'albergo in cui alloggiavo, mi rivela che vuole andarsene da Hargheisa e che ha incontrato un uomo che per 6.000 dollari lo porta in Libia e lo fa imbarcare per l'Italia non riesco a comprenderlo e lo affogo in un mare di foto per avvertirlo che il viaggio che quei farabutti vogliono fargli fare anzi pagare potrebbe finire colla sua morte, affogato in un mare vero salato e amaro. I suoi occhi sopresi parlavano chiaro ma io ho ancora la sensazione di non averglielo detto abbastanza.

"Bisogna aver toccato davvero cosa succede là per capirlo, e a volte non basta neanche" mi dice Ella. Durante i miei 8 intensi giorni in Africa non ho capito cosa significa vivere per un africano ma ho maturato il pensiero che se la miseria puzza, qui puzza di più. Ho maturato l'idea che se fossi nato in una casetta di lamiera come quella che vedevo davanti alla mia stanza vorrei scappare correre via lontano. Si, lo so, indosso gli occhiali da occidentale. E con questi vivo impotente il dramma dell'ennesima tragedia: il 19 aprile 2015 sono morte 700 persone nel mare di Libia. 700 persone che avevano pagato 6.000 dollari ciascuna per morire. "Ma io glielo avevo detto di non partire, di non fidarsi, che gli scafisti si curano solamente dei soldi" penso ma in fondo lo avevo ossessivamente ripetuto solo a un giovanissimo uomo. 700 persone si sono affidate ad un uomo, il gatto o la volpe chissà, che non si è curato di loro. Ma non è l'unico. 700 persone che credevano di cambiare la propria vita sono diventate monumenti eterni, 700 nuovi simboli della disperazione e della schiavitù del denaro e del potere.
Rabbia. Pugni chiusi.