E’ un pomeriggio di fine luglio e sono al lago. Mi sono portato da leggere l’invasione dei crociati vista dagli arabi. Le crociate sono un tema che mi interessa anzi mi intrippa soprattutto dopo aver visitato Istanbul. Istanbul ha cambiato la mia prospettiva, non più quella dell'osservatore occidentale ignorante e un po' sprovveduto ma quella degli invasi. Questo libro apre anzi squarcia la mia beata indifferenza ed interroga il mio senso di giustizia e ogni pagina che leggo fa montare un misto di rabbia, disgusto e delusione nei confronti dell’occidente che fu, ma a quanto pare è ancora dati i recenti avvenimenti norvegesi. Pensare che l’attuale europa abbia ripetutamente invaso, saccheggiato, violentato, mangiato, si mangiato altri uomini nascondendo colla Croce miseri e biechi interessi economici e personali mi fa rabbrividire. Anzi mi fa schifo. Rifletto e cerco chiavi di lettura per comprendere un presente fatto di jihad, uomini-bomba e di una difficile convivenza e tolleranza tra la religione cristiana e quella musulmana ed all'interno di quella musulmana tra sciiti e sunniti. Leggo e mi chiedo quanto l’atteggiamento ottuso degli europei dell’anno 1000 abbia modificato l’atteggiamento degli uomini e delle donne del mondo fino ad oggi. Pensare che le crociate siano state uno spartiacque per le relazioni internazionali attuali mi spaventa. Passando di palo in frasca, i libici avrebbero tutto il diritto di schifarci dopo le porcherie commesse dai nostri connazionali agli inizi del ‘900 per le proprie velleità coloniali: con il nostro comportamento abbiamo forse precluso un rapporto sano ed equo di collaborazione sociale ed economica. Per intenderci il mio maestro alle elementari mi ha inculcato una metodologia di calcolo delle sottrazioni che oggi applico con la naturalezza con cui faccio pipì. Se mi avesse insegnato a fare le sottrazioni a testa in giù io probabilmente dovunque mi trovassi farei le sottrazioni a testa in giù.
Sono quasi le 6 del pomeriggio quando l’arrivo dei pescatori mi distoglie dai miei pensieri. E' ufficialmente scattata l’ora del pescatore. Quando sono arrivato c’erano solo un paio di irriducibili che macinavano esche e lenze dalla mattina ma con poca fortuna avendo chiappato solo un paio di tinche. Il gesto tipico del pescatore è quello del lancio e del recupero della lenza e la sua qualità principale è l’attesa: tra il lancio ed il recupero possono trascorrere diverse decine di minuti ovvero pochi secondi, dipende dalla tecnica adottata. Una pesca con piombo e galleggiante è più statica di una pesca che chiamo “a traino” andando a memoria ma col dubbio che non sia il termine corretto per descrivere un’azione dinamica e continua di lancio e di recupero lento dell’esca a pelo d’acqua. Entrambi gli irriducibili pescatori avevano adottato la prima tecnica. Uno dei due in particolare mi ha ipnotizzato. Sembrava infatti un re con la lancia imbracciata. Seduto sul trono, una sedia di plastica bianca, emergeva un'enorme pancia abbronzata come del resto abbronzato era tutto il corpo a parte la folta zazzera argentata che contribuiva a rendere epica l’immagine che mi aveva rapito l'attenzione. Sempre seduto sul trono lanciava e recuperava senza soluzione di continuità ma anche senza prendere un pesce. Mi sono detto che forse l’inefficacia della sua pesca era l’epicentro della pesca stessa ovvero per questo re la pesca si risolveva nel lancio dell’esca, nell’attesa e nel suo recupero, nel lancio, nell’attesa e nel recupero, nel lancio, nell’attesa e nel recupero. E nella compagnia dei compari pescatori e delle donne rigorosamente alle loro spalle.
Ogni tanto mi distraggo. Delle anatre bianche invadono l’area di pesca in fila indiana ciascuna ripetendo chissà quali comandi impartiti dalla prima e ciascuna avventandosi sull’unica piccola preda che diventa pasto della più lesta o prepotente. Parrebbe che la fame renda alleati e nemici al contempo. I cani dei pescatori abbaiano ai pesci, o a se stessi riflessi nell’acqua. Una gabbianella fa le sue serali evoluzioni.
Lentamente i pescatori del lago si affiancano ai due irriducibili. Un giovanissimo pescatore, Sampei di fatto ma non di nome, subito domanda “oggi se chiappe?” e i due gli fanno eco “nun se chiappe mica”. Ora sono tutti schierati. Una piccola foresta di canne si muove all’unisono: tutti lanciano, tutti recuperano. “Oggi non se chiappa niente” dice uno. “I pesci devono aver mangiato la foglia” risponde un altro. "Oggi non mangiano. Bevono!" gli fa eco un terzo. L’attesa è riempita da brevi conversazioni, non impegnative, niente di serio che tolga concentrazione all'attività principale, la pesca. Intanto le mogli se la ridono alle spalle dei mariti in cerca di fortuna, o meglio in cerca di pesci.
Mentre questa legione di compari Don Quichotte combatte contro i mulini a vento arriva l’ennesimo pescatore. Il nuovo arrivato indossa una camicia a quadri, dei pantaloni leggeri, un marsupio e ovviamente una canna da pesca. Solo una canna da pesca, niente altro che una canna da pesca. Ha un abbigliamento classico che indosserebbe chiunque per fare tutt'altro: escursioni, trekking, un viaggio. Barba lunga e capelli grigi si esprime con un tono che mi ricorda Nanni Moretti. Insomma non sembrerebbe un pescatore se non fosse per la canna. Prepara la sua lancia ma non lancia. “Ora c’è troppo vento” dichiara e si mette in attesa del momento propizio. Si siede, chiacchiera con gli altri compari e colle mogli dei compari, come fosse al bar e non a pescare. D’un tratto si fa serio, si alza e lancia. L’esca è in acqua, sembrerebbe come quelle di tutti gli altri compari pescatori intorno a lui. Ma lui ritira con la sorpresa di tutti i presenti: un pesce ha abboccato! Per niente imbarazzato dagli sguardi altrui, rilancia l’esca e poco dopo ritira: un altro pesce ha abboccato. Rilancia e ritira con un altro pesce all'amo. Rilancia e ritira e l’ennesimo pesce è rimasto stregato dalla sua esca magica. I compari pescatori sono li che bofonchiano. “Tutta fortuna” dicono, “son pesci piccoli” si giustificano. Lui, sorridente e serafico, gli risponde “Miei cari, questa è scienza! Mica siamo fatalisti”.
Prima di abbandonare il campo il re panciuto ammette “ce fai rimanè tutti a bocca aperta, quello che dici s’avvera”. “Mio caro” gli risponde sorridendo lo scienziato pescatore, “il pesce ci parla, ci dice quello che vuole. Dobbiamo solamente saperlo ascoltare”. Chiaro no?
sabato 30 luglio 2011
giovedì 7 luglio 2011
uno, nessuno, centomila
Prologo.
Una domenica di luglio. Sono in bici. E' pomeriggio e pedalo per andare a leggere a villa celimontana. Almeno ci provo. Sò già che mi prenderà un attacco acuto di pennica e dunque alla peggio avrò fatto cambiare aria al libro. Sulla strada per la pennica incrocio l'insegna di una vineria. Cordon rouge. Mi piace ma non solo. Mi addormento, ovviamente, ed il nastro unisce le storie di Lubna, di Federica e di Salvatore con la mia.
Storia di Lubna.
E' il 27 giugno 2011, è il giorno in cui alla scuola di italiano per stranieri del csoa ex snia si consegnano glli attestati di frequenza o di frequentazione come ci piace chiamarli per rendere l'idea di una comunità piuttosto che di un'istituzione. Arrivo alla snia nel tardo pomeriggio dopo il lavoro retribuito e mi accolgono i grandi occhi di Lubna. Lubna mi racconta il suo pomeriggio trascorso tra i fornelli a governare le attività necessarie per cucinare. Ci sono tutti gli insegnanti a farle compagnia e a fare tanta bassamanovalanza ai suoi ordini. Il capo chef Lubna di mestiere, in realtà, fà la moglie e la casalinga ma alla snia ha scoperto di potersi emancipare, di poter insomma cercare di cambiare la propria vita altrimenti scritta già nei libri della sua cultura di origine, quella bengalese. Questo mi piace pensare. Trascorro il tempo alla cassa e mi passano davanti decine di occhi e decine di interrogativi ai quali rispondo anche alle volte non sapendo nemmeno bene come ma con tanta sicurezza. Riesco comunque a mangiare le delizie preparate da Lubna. Deliziose! Chiusa la cassa, archiviato il lavoro non retribuito (ma sarà poi così?), mi butto nelle danze al ritmo un po' unz-tunz nella musica bengalese. Ballo con Lubna che si muove con grazia disegnando per terra coi piedi e in aria colle mani figure studiate e ripassate chissà quante volte nelle feste del proprio paese là dove forse per qualche istante occhi, naso e pensieri sono tornati. Poi c'è Reza che ronza sistematicamente intorno a Lubna e ballando veste i panni dell'innamorato, dell'amante, dell'ubriaco e del macho. Alla fine è sudato nemmeno fosse caduto nella barcaccia. E' tardi ed è ora di salutare i miei amici. Domani si lavora.
Storia di Federica.
Giovedì 30 giugno 2011 è il giorno del debutto di Federica a teatro. Il suo personaggio è forse quanto di più distante io possa pensare di lei ma Federica è spontanea e naturale. Si muove, parla e gestisce i tempi morti con tale disinvoltura che mi chiedo "sarà solamente l'incoscienza del principiante?" e poi "quanto c'è del suo personaggio in lei?". Il suo personaggio è Madame Chevrolet ed è una donna ricca, legata morbosamente ai suoi due minuscoli cani tanto da volerli assicurare. Ed è dotata di un seno spaziale che Federica ha riprodotto indossando una sesta piena di pedalini. Touche! Il cuore della piece è il fraintendimento dell'assicuratore che, grande appassionato della Madame anzi dei suoi seni, crede di doverle assicurare i seni appunto piuttosto che i cani. Quiproquo nel quale chiunque sarebbe potuto cadere mi dico data l'ambiguità della Madame. Prima di montare in sella al velocipede saluto Federica che trovo serena e tranquilla, a suo agio nei panni dell'attrice. O di Madame Chevrolet? Aurevoire mon vieil ami.
Storia di Salvatore.
E' venerdì 29 giugno 2011. Sono alla snia per la presentazione del libro di Salvatore. Salvatore è stato un membro delle brigate rosse. Mi chiedo poi se veramente questo ruolo si smetta come una camicia sporca. Salvatore nella sua vita ha lavorato e lottato per se e per chi condivideva la sua condizione di operaio e cittadino. La sua vita ha tracciato una traiettoria rischiosa incrociandosi con quella di altre donne e uomini nei difficili anni 70 durante i quali "si aveva un dannato bisogno di armi" come ha ripetuto Erri De Luca durante la presentazione al centro sociale. Il libro di Salvatore è stato già letto e ascolto le opinioni di chi di volta in volta sale sul palco. C'è chi lo apprezza per aver scandito e descritto una vita condivisa. C'è chi lo usa come trampolino per un suo monologo. C'è chi fa solo delle domande. Le vorrei fare anche io. Solo che mi rimangono in canna. Per timore forse di dire ovvietà o perchè di fronte avevo una platea che sembrava ragionare all'unisono avendo vissuto quegli anni. Davvero la lotta armata era l'unica scelta? Davvero i brigatisti rappresentavano la classe operaia nonostante le azioni omicide? ovvero gli operai si identificavano nei brigatisti, politici e cittadini si ma anche assassini? Quegli anni io non gli ho vissuti e "non possiamo nemmeno immaginare quanto pericoloso fosse girare per le strade in quegli anni" mi confida Alessandra. Allora giro i tacchi e abbandono la presentazione consapevole di aver perduto un'occasione. Mi butto in cucina con questi dubbi. E comincio a tagliare decine e decine di pomodori per la cena.
Epilogo.
"Ma come fai a lavorare per una multinazionale e a insegnare italiano agli immigrati?!" mi domanda Roberto ogni volta che incontrandoci mi chiede semplicemente "come va?". Ed io gli racconto la mia vita dicendogli che non gli posso dare una spiegazione teorica e che tutto sommato a me la teoria non piace nemmeno troppo. Mi piace fare e dunque gli rispondo "Bo! non lo so. Lo faccio e basta". Gianni mi dice che "il lavoro nella multinazionale è fondamentale tanto quanto quello alla snia. Sono perfetti complementi!". Giordano mi spiega che "ognuno di noi è contemporaneamente molte persone le quali tutte contribuiscono a definire la propria personalità che però è una". Facile. Ma a me la teoria non mi piace e la domanda di Roberto non mi lascia stare. Come fa Lubna ad essere moglie/casalinga ed ottima cuoca? Come fa Federica a lavorare in un albergo ed essere una brava attrice di teatro? Come fa Salvatore ad essere operaio, brigatista e scrittore apprezzato? Qual'è la persona nella quale si identifica la loro personalità? La casalinga, la cuoca, l'impiegata, l'attrice, l'operaio, il brigatista, lo scrittore, il contabile, il maestro? Io una risposta me la sono data. Ma non la condivido.
"..così finisce questa storia, il cavaliere li volle salvare. Li portò in un paese lontano dove campano allegri e felici. Ma quel paese come si chiama questa storia non te lo dice. Indovina indovinello quel paese quant’è bello. Se ci vai non lo dire a nessuno perché ognuno se lo troverà. Se ci vai imparalo a memoria" (da "novella" di eugenio bennato)
Una domenica di luglio. Sono in bici. E' pomeriggio e pedalo per andare a leggere a villa celimontana. Almeno ci provo. Sò già che mi prenderà un attacco acuto di pennica e dunque alla peggio avrò fatto cambiare aria al libro. Sulla strada per la pennica incrocio l'insegna di una vineria. Cordon rouge. Mi piace ma non solo. Mi addormento, ovviamente, ed il nastro unisce le storie di Lubna, di Federica e di Salvatore con la mia.
Storia di Lubna.
E' il 27 giugno 2011, è il giorno in cui alla scuola di italiano per stranieri del csoa ex snia si consegnano glli attestati di frequenza o di frequentazione come ci piace chiamarli per rendere l'idea di una comunità piuttosto che di un'istituzione. Arrivo alla snia nel tardo pomeriggio dopo il lavoro retribuito e mi accolgono i grandi occhi di Lubna. Lubna mi racconta il suo pomeriggio trascorso tra i fornelli a governare le attività necessarie per cucinare. Ci sono tutti gli insegnanti a farle compagnia e a fare tanta bassamanovalanza ai suoi ordini. Il capo chef Lubna di mestiere, in realtà, fà la moglie e la casalinga ma alla snia ha scoperto di potersi emancipare, di poter insomma cercare di cambiare la propria vita altrimenti scritta già nei libri della sua cultura di origine, quella bengalese. Questo mi piace pensare. Trascorro il tempo alla cassa e mi passano davanti decine di occhi e decine di interrogativi ai quali rispondo anche alle volte non sapendo nemmeno bene come ma con tanta sicurezza. Riesco comunque a mangiare le delizie preparate da Lubna. Deliziose! Chiusa la cassa, archiviato il lavoro non retribuito (ma sarà poi così?), mi butto nelle danze al ritmo un po' unz-tunz nella musica bengalese. Ballo con Lubna che si muove con grazia disegnando per terra coi piedi e in aria colle mani figure studiate e ripassate chissà quante volte nelle feste del proprio paese là dove forse per qualche istante occhi, naso e pensieri sono tornati. Poi c'è Reza che ronza sistematicamente intorno a Lubna e ballando veste i panni dell'innamorato, dell'amante, dell'ubriaco e del macho. Alla fine è sudato nemmeno fosse caduto nella barcaccia. E' tardi ed è ora di salutare i miei amici. Domani si lavora.
Storia di Federica.
Giovedì 30 giugno 2011 è il giorno del debutto di Federica a teatro. Il suo personaggio è forse quanto di più distante io possa pensare di lei ma Federica è spontanea e naturale. Si muove, parla e gestisce i tempi morti con tale disinvoltura che mi chiedo "sarà solamente l'incoscienza del principiante?" e poi "quanto c'è del suo personaggio in lei?". Il suo personaggio è Madame Chevrolet ed è una donna ricca, legata morbosamente ai suoi due minuscoli cani tanto da volerli assicurare. Ed è dotata di un seno spaziale che Federica ha riprodotto indossando una sesta piena di pedalini. Touche! Il cuore della piece è il fraintendimento dell'assicuratore che, grande appassionato della Madame anzi dei suoi seni, crede di doverle assicurare i seni appunto piuttosto che i cani. Quiproquo nel quale chiunque sarebbe potuto cadere mi dico data l'ambiguità della Madame. Prima di montare in sella al velocipede saluto Federica che trovo serena e tranquilla, a suo agio nei panni dell'attrice. O di Madame Chevrolet? Aurevoire mon vieil ami.
Storia di Salvatore.
E' venerdì 29 giugno 2011. Sono alla snia per la presentazione del libro di Salvatore. Salvatore è stato un membro delle brigate rosse. Mi chiedo poi se veramente questo ruolo si smetta come una camicia sporca. Salvatore nella sua vita ha lavorato e lottato per se e per chi condivideva la sua condizione di operaio e cittadino. La sua vita ha tracciato una traiettoria rischiosa incrociandosi con quella di altre donne e uomini nei difficili anni 70 durante i quali "si aveva un dannato bisogno di armi" come ha ripetuto Erri De Luca durante la presentazione al centro sociale. Il libro di Salvatore è stato già letto e ascolto le opinioni di chi di volta in volta sale sul palco. C'è chi lo apprezza per aver scandito e descritto una vita condivisa. C'è chi lo usa come trampolino per un suo monologo. C'è chi fa solo delle domande. Le vorrei fare anche io. Solo che mi rimangono in canna. Per timore forse di dire ovvietà o perchè di fronte avevo una platea che sembrava ragionare all'unisono avendo vissuto quegli anni. Davvero la lotta armata era l'unica scelta? Davvero i brigatisti rappresentavano la classe operaia nonostante le azioni omicide? ovvero gli operai si identificavano nei brigatisti, politici e cittadini si ma anche assassini? Quegli anni io non gli ho vissuti e "non possiamo nemmeno immaginare quanto pericoloso fosse girare per le strade in quegli anni" mi confida Alessandra. Allora giro i tacchi e abbandono la presentazione consapevole di aver perduto un'occasione. Mi butto in cucina con questi dubbi. E comincio a tagliare decine e decine di pomodori per la cena.
Epilogo.
"Ma come fai a lavorare per una multinazionale e a insegnare italiano agli immigrati?!" mi domanda Roberto ogni volta che incontrandoci mi chiede semplicemente "come va?". Ed io gli racconto la mia vita dicendogli che non gli posso dare una spiegazione teorica e che tutto sommato a me la teoria non piace nemmeno troppo. Mi piace fare e dunque gli rispondo "Bo! non lo so. Lo faccio e basta". Gianni mi dice che "il lavoro nella multinazionale è fondamentale tanto quanto quello alla snia. Sono perfetti complementi!". Giordano mi spiega che "ognuno di noi è contemporaneamente molte persone le quali tutte contribuiscono a definire la propria personalità che però è una". Facile. Ma a me la teoria non mi piace e la domanda di Roberto non mi lascia stare. Come fa Lubna ad essere moglie/casalinga ed ottima cuoca? Come fa Federica a lavorare in un albergo ed essere una brava attrice di teatro? Come fa Salvatore ad essere operaio, brigatista e scrittore apprezzato? Qual'è la persona nella quale si identifica la loro personalità? La casalinga, la cuoca, l'impiegata, l'attrice, l'operaio, il brigatista, lo scrittore, il contabile, il maestro? Io una risposta me la sono data. Ma non la condivido.
"..così finisce questa storia, il cavaliere li volle salvare. Li portò in un paese lontano dove campano allegri e felici. Ma quel paese come si chiama questa storia non te lo dice. Indovina indovinello quel paese quant’è bello. Se ci vai non lo dire a nessuno perché ognuno se lo troverà. Se ci vai imparalo a memoria" (da "novella" di eugenio bennato)
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