Prologo.
Una domenica di luglio. Sono in bici. E' pomeriggio e pedalo per andare a leggere a villa celimontana. Almeno ci provo. Sò già che mi prenderà un attacco acuto di pennica e dunque alla peggio avrò fatto cambiare aria al libro. Sulla strada per la pennica incrocio l'insegna di una vineria. Cordon rouge. Mi piace ma non solo. Mi addormento, ovviamente, ed il nastro unisce le storie di Lubna, di Federica e di Salvatore con la mia.
Storia di Lubna.
E' il 27 giugno 2011, è il giorno in cui alla scuola di italiano per stranieri del csoa ex snia si consegnano glli attestati di frequenza o di frequentazione come ci piace chiamarli per rendere l'idea di una comunità piuttosto che di un'istituzione. Arrivo alla snia nel tardo pomeriggio dopo il lavoro retribuito e mi accolgono i grandi occhi di Lubna. Lubna mi racconta il suo pomeriggio trascorso tra i fornelli a governare le attività necessarie per cucinare. Ci sono tutti gli insegnanti a farle compagnia e a fare tanta bassamanovalanza ai suoi ordini. Il capo chef Lubna di mestiere, in realtà, fà la moglie e la casalinga ma alla snia ha scoperto di potersi emancipare, di poter insomma cercare di cambiare la propria vita altrimenti scritta già nei libri della sua cultura di origine, quella bengalese. Questo mi piace pensare. Trascorro il tempo alla cassa e mi passano davanti decine di occhi e decine di interrogativi ai quali rispondo anche alle volte non sapendo nemmeno bene come ma con tanta sicurezza. Riesco comunque a mangiare le delizie preparate da Lubna. Deliziose! Chiusa la cassa, archiviato il lavoro non retribuito (ma sarà poi così?), mi butto nelle danze al ritmo un po' unz-tunz nella musica bengalese. Ballo con Lubna che si muove con grazia disegnando per terra coi piedi e in aria colle mani figure studiate e ripassate chissà quante volte nelle feste del proprio paese là dove forse per qualche istante occhi, naso e pensieri sono tornati. Poi c'è Reza che ronza sistematicamente intorno a Lubna e ballando veste i panni dell'innamorato, dell'amante, dell'ubriaco e del macho. Alla fine è sudato nemmeno fosse caduto nella barcaccia. E' tardi ed è ora di salutare i miei amici. Domani si lavora.
Storia di Federica.
Giovedì 30 giugno 2011 è il giorno del debutto di Federica a teatro. Il suo personaggio è forse quanto di più distante io possa pensare di lei ma Federica è spontanea e naturale. Si muove, parla e gestisce i tempi morti con tale disinvoltura che mi chiedo "sarà solamente l'incoscienza del principiante?" e poi "quanto c'è del suo personaggio in lei?". Il suo personaggio è Madame Chevrolet ed è una donna ricca, legata morbosamente ai suoi due minuscoli cani tanto da volerli assicurare. Ed è dotata di un seno spaziale che Federica ha riprodotto indossando una sesta piena di pedalini. Touche! Il cuore della piece è il fraintendimento dell'assicuratore che, grande appassionato della Madame anzi dei suoi seni, crede di doverle assicurare i seni appunto piuttosto che i cani. Quiproquo nel quale chiunque sarebbe potuto cadere mi dico data l'ambiguità della Madame. Prima di montare in sella al velocipede saluto Federica che trovo serena e tranquilla, a suo agio nei panni dell'attrice. O di Madame Chevrolet? Aurevoire mon vieil ami.
Storia di Salvatore.
E' venerdì 29 giugno 2011. Sono alla snia per la presentazione del libro di Salvatore. Salvatore è stato un membro delle brigate rosse. Mi chiedo poi se veramente questo ruolo si smetta come una camicia sporca. Salvatore nella sua vita ha lavorato e lottato per se e per chi condivideva la sua condizione di operaio e cittadino. La sua vita ha tracciato una traiettoria rischiosa incrociandosi con quella di altre donne e uomini nei difficili anni 70 durante i quali "si aveva un dannato bisogno di armi" come ha ripetuto Erri De Luca durante la presentazione al centro sociale. Il libro di Salvatore è stato già letto e ascolto le opinioni di chi di volta in volta sale sul palco. C'è chi lo apprezza per aver scandito e descritto una vita condivisa. C'è chi lo usa come trampolino per un suo monologo. C'è chi fa solo delle domande. Le vorrei fare anche io. Solo che mi rimangono in canna. Per timore forse di dire ovvietà o perchè di fronte avevo una platea che sembrava ragionare all'unisono avendo vissuto quegli anni. Davvero la lotta armata era l'unica scelta? Davvero i brigatisti rappresentavano la classe operaia nonostante le azioni omicide? ovvero gli operai si identificavano nei brigatisti, politici e cittadini si ma anche assassini? Quegli anni io non gli ho vissuti e "non possiamo nemmeno immaginare quanto pericoloso fosse girare per le strade in quegli anni" mi confida Alessandra. Allora giro i tacchi e abbandono la presentazione consapevole di aver perduto un'occasione. Mi butto in cucina con questi dubbi. E comincio a tagliare decine e decine di pomodori per la cena.
Epilogo.
"Ma come fai a lavorare per una multinazionale e a insegnare italiano agli immigrati?!" mi domanda Roberto ogni volta che incontrandoci mi chiede semplicemente "come va?". Ed io gli racconto la mia vita dicendogli che non gli posso dare una spiegazione teorica e che tutto sommato a me la teoria non piace nemmeno troppo. Mi piace fare e dunque gli rispondo "Bo! non lo so. Lo faccio e basta". Gianni mi dice che "il lavoro nella multinazionale è fondamentale tanto quanto quello alla snia. Sono perfetti complementi!". Giordano mi spiega che "ognuno di noi è contemporaneamente molte persone le quali tutte contribuiscono a definire la propria personalità che però è una". Facile. Ma a me la teoria non mi piace e la domanda di Roberto non mi lascia stare. Come fa Lubna ad essere moglie/casalinga ed ottima cuoca? Come fa Federica a lavorare in un albergo ed essere una brava attrice di teatro? Come fa Salvatore ad essere operaio, brigatista e scrittore apprezzato? Qual'è la persona nella quale si identifica la loro personalità? La casalinga, la cuoca, l'impiegata, l'attrice, l'operaio, il brigatista, lo scrittore, il contabile, il maestro? Io una risposta me la sono data. Ma non la condivido.
"..così finisce questa storia, il cavaliere li volle salvare. Li portò in un paese lontano dove campano allegri e felici. Ma quel paese come si chiama questa storia non te lo dice. Indovina indovinello quel paese quant’è bello. Se ci vai non lo dire a nessuno perché ognuno se lo troverà. Se ci vai imparalo a memoria" (da "novella" di eugenio bennato)
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