domenica 26 giugno 2011

jonathan il gabbiano

"Per la maggior parte dei gabbiani, volare non conta, conta mangiare. A lui invece non importava tanto procurarsi il cibo, quanto volare. Più d'ogni altra cosa al mondo, al gabbiano Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo." (Jonathan Livingston)

Di solito scendo a pranzare sul lungotevere. La tavola calda sotto il mio ufficio offre sempre degli ottimi pranzi preparati con quella metodicità nella quale ritrovo la familiare ripetitività che dava sempre mia nonna alle sue abitudini culinarie. Lunedì brodo coi quadrucci fatti rigorosamente in casa, martedì pasta e patate, mercoledì pasta al sugo, giovedì non mi ricordo, venerdì pasta e qualche verdura tipo fagioli, sabato pasta con panna e piselli. Una dieta ricchissima di carboidrati che poteva anche starci considerando che di li a poco, dopo pranzo, sarei andato a giocare a calcio. Peccato che le quantità industriali dei piatti erano indigeribili nel breve periodo che mi separava dagli allenamenti che regolarmente finivo con una mano sul fegato. Prendo il mio pasto caldo e scendo giù per le scale. Passeggio cercando un posto dove sedermi. Prima dell'estate romana era molto più semplice ma ora il marciapiede è invaso di sedie, ombrelloni, recinzioni e fari. Non è che questa cosa mi piaccia molto. Mi siedo, mi guardo intorno e come al solito le conversazioni delle anatre e i richiami dei gabbiani annullano di colpo i rumori del traffico e gli umori dei colleghi e il tempo è immobile. Almeno per un'ora. Mangio e il pane che mi avanza lo dò ai pennuti che popolano il Tevere. Non faccio in tempo a tirarlo davanti a me che subito si forma un nugolo di anatre agguerrite che se lo litigano. C'è anche un gabbiano tra di loro. Vedo che ha le ali a penzoloni e che non riesce a volare. Gli tiro il pane, un po' lo mangia, un po' si fà fregare dalle anatre che è tutto dire, un po' a lui mi sa che la dieta a base di carboidrati non piace molto. Mi ringrazia con una bella cacatina e si allontana. Mi dico che potrei chiamare qualche associazione per condividere con loro il suo stato una volta tornato in ufficio. Ma mi dimentico e rimando al giorno dopo.
Ritorno sul Tevere e lui, il gabbiano, è ancora lì dove l'avevo lasciato e questa volta di pane non ne ha proprio voglia. Chiamo l'associazione Lipu e spiego alla ragazza che mi risponde le condizioni del giovane pennuto. "Allora", mi dice "lo prenda e lo porti da noi!". "E certo! Lo prendo e lo porto da voi. E come si fà!? Mi scusi ma io coi pennuti non c'ho mai avuto a che fare" le rispondo. "Niente di più facile" mi fà la ragazza "lei si metta un paio di guanti da giardinaggio, prepari uno scatolone con dei fori, cerchi di spingerlo in un angolo, lo prenda per il corpo e stia attento a non farsi beccare". Come se fosse facile. La ringrazio ma penso che se mi avesse detto di trasformare il ferro in oro forse sarei stato meno scettico. E poi sul tevere non ci sono angoli. Come fare allora? Cerco di coinvolgere fratelli, amici e colleghi ma tra impegni vari e scetticismi peggiori dei miei mi arrendo all'evidenza. La questione è tra me e il giovane pennuto. In questi giorni mi è sempre piaciuto pensare di essere accanto al gabbiano Jonathan che dopo essere entrato in stallo durante uno sei suoi voli no limits si era ritrovato sbattuto e ammaccato sul Tevere a procurarsi cibo insieme alle anatre trasteverine. E' sabato. Sono passati tre giorni da quando ho visto per la prima volta il pennuto Jonathan sul lungotevere. La mattina vado al mercato per fare la spesa della settimana, di fatto le solite cose molta frutta e verdura, formaggi e pane. Tra una chiacchiera e una confidenza scopro che a Cuba si usa il veleno di scorpione come analgesico e metto nella bisaccia anche un ottimo suggerimento. "Ma scusa" mi dice Alessandra dell'emporio "attiralo con del cibo vicino a te e poi gli salti addosso. Sò che i gabbiano mangiano di tutto anche il cibo per gatti" dice e poi mi confida "ci manca poco che ti chiedono 10 euro per andarsi a fare un panino al bar!". Averci pensato prima! Immaginarmi a rincorrere il pennuto per tutto il tevere con casco, occhiali e guanti da giardiniere per evitare i giusti sfoghi di rabbia e paura che avrebbe potuto avere non mi piaceva per niente. E poi con tutti i turisti che figura ci facevo! L'idea di avvicinarlo con lo stratagemma del cibo mi garbava assai e dimostrava che il coso che abbiamo tra gli occhi non serve solo a distanziarli. Anche perchè il piano C sarebbe stato mettergli il sale sulla coda. Parto per la missione con casco e occhiali, nastro adesivo e forbici, scatolone forato, un lenzuolo che dovrei tirare sopra il gabbiano girato di spalle mentre becca il cibo secco per gatti che gentilmente mi è stato offerto dalla bottega degli animali. Prendo la macchina, parcheggio a castel sant'angelo, scendo le scale degli argini del tevere e mi ritrovo jonathan appollaiato sul bordo del marciapiede. Poggio a terra gli scatoloni. Prendo il cibo per gatti e lo tiro al pennuto. Noto che non ha più le ali a penzoloni e quasi stento a credere che sia lui. Continuo a dargli da mangiare e lui tra una beccata e una sorsata d'acqua si finisce una confezione. Mentre gli sto accanto chiamo di nuovo la Lipu "Buongiorno Lipu, senta qui jonathan sembra stare meglio" dico alla signorina "non ha più le ali penzoloni e mangia con appetito". "Allora forse il pennuto non ha bisogno di noi" mi dice, "probabilmente si sta riprendendo da solo. Se può continui ad alimentarlo. Forse ha solo subito un forte trauma. Sà, capita tra i pennuti. E poi il cibo per gatti è per lui un cibo di lusso". L'eventualità che il gabbiano abbia subito un trauma mi fà pensare che forse davvero ha sbattuto contro un palo della luce o contro un balcone mentre si cimentava in qualche acrobazia al limite dell'ornitologica comprensione per essere o diventare "un'infinita idea di libertà, senza limiti". Resto un altro po' con lui, vuoi perchè mi ci sono affezionato vuoi perchè penso che è il minimo che possa fare per sdebitarmi della bella storia letta almeno 10 volte. E' ora di mangiare. E di volare.

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