sabato 30 luglio 2011

lo scienziato pescatore

E’ un pomeriggio di fine luglio e sono al lago. Mi sono portato da leggere l’invasione dei crociati vista dagli arabi. Le crociate sono un tema che mi interessa anzi mi intrippa soprattutto dopo aver visitato Istanbul. Istanbul ha cambiato la mia prospettiva, non più quella dell'osservatore occidentale ignorante e un po' sprovveduto ma quella degli invasi. Questo libro apre anzi squarcia la mia beata indifferenza ed interroga il mio senso di giustizia e ogni pagina che leggo fa montare un misto di rabbia, disgusto e delusione nei confronti dell’occidente che fu, ma a quanto pare è ancora dati i recenti avvenimenti norvegesi. Pensare che l’attuale europa abbia ripetutamente invaso, saccheggiato, violentato, mangiato, si mangiato altri uomini nascondendo colla Croce miseri e biechi interessi economici e personali mi fa rabbrividire. Anzi mi fa schifo. Rifletto e cerco chiavi di lettura per comprendere un presente fatto di jihad, uomini-bomba e di una difficile convivenza e tolleranza tra la religione cristiana e quella musulmana ed all'interno di quella musulmana tra sciiti e sunniti. Leggo e mi chiedo quanto l’atteggiamento ottuso degli europei dell’anno 1000 abbia modificato l’atteggiamento degli uomini e delle donne del mondo fino ad oggi. Pensare che le crociate siano state uno spartiacque per le relazioni internazionali attuali mi spaventa. Passando di palo in frasca, i libici avrebbero tutto il diritto di schifarci dopo le porcherie commesse dai nostri connazionali agli inizi del ‘900 per le proprie velleità coloniali: con il nostro comportamento abbiamo forse precluso un rapporto sano ed equo di collaborazione sociale ed economica. Per intenderci il mio maestro alle elementari mi ha inculcato una metodologia di calcolo delle sottrazioni che oggi applico con la naturalezza con cui faccio pipì. Se mi avesse insegnato a fare le sottrazioni a testa in giù io probabilmente dovunque mi trovassi farei le sottrazioni a testa in giù.

Sono quasi le 6 del pomeriggio quando l’arrivo dei pescatori mi distoglie dai miei pensieri. E' ufficialmente scattata l’ora del pescatore. Quando sono arrivato c’erano solo un paio di irriducibili che macinavano esche e lenze dalla mattina ma con poca fortuna avendo chiappato solo un paio di tinche. Il gesto tipico del pescatore è quello del lancio e del recupero della lenza e la sua qualità principale è l’attesa: tra il lancio ed il recupero possono trascorrere diverse decine di minuti ovvero pochi secondi, dipende dalla tecnica adottata. Una pesca con piombo e galleggiante è più statica di una pesca che chiamo “a traino” andando a memoria ma col dubbio che non sia il termine corretto per descrivere un’azione dinamica e continua di lancio e di recupero lento dell’esca a pelo d’acqua. Entrambi gli irriducibili pescatori avevano adottato la prima tecnica. Uno dei due in particolare mi ha ipnotizzato. Sembrava infatti un re con la lancia imbracciata. Seduto sul trono, una sedia di plastica bianca, emergeva un'enorme pancia abbronzata come del resto abbronzato era tutto il corpo a parte la folta zazzera argentata che contribuiva a rendere epica l’immagine che mi aveva rapito l'attenzione. Sempre seduto sul trono lanciava e recuperava senza soluzione di continuità ma anche senza prendere un pesce. Mi sono detto che forse l’inefficacia della sua pesca era l’epicentro della pesca stessa ovvero per questo re la pesca si risolveva nel lancio dell’esca, nell’attesa e nel suo recupero, nel lancio, nell’attesa e nel recupero, nel lancio, nell’attesa e nel recupero. E nella compagnia dei compari pescatori e delle donne rigorosamente alle loro spalle.
Ogni tanto mi distraggo. Delle anatre bianche invadono l’area di pesca in fila indiana ciascuna ripetendo chissà quali comandi impartiti dalla prima e ciascuna avventandosi sull’unica piccola preda che diventa pasto della più lesta o prepotente. Parrebbe che la fame renda alleati e nemici al contempo. I cani dei pescatori abbaiano ai pesci, o a se stessi riflessi nell’acqua. Una gabbianella fa le sue serali evoluzioni.
Lentamente i pescatori del lago si affiancano ai due irriducibili. Un giovanissimo pescatore, Sampei di fatto ma non di nome, subito domanda “oggi se chiappe?” e i due gli fanno eco “nun se chiappe mica”. Ora sono tutti schierati. Una piccola foresta di canne si muove all’unisono: tutti lanciano, tutti recuperano. “Oggi non se chiappa niente” dice uno. “I pesci devono aver mangiato la foglia” risponde un altro. "Oggi non mangiano. Bevono!" gli fa eco un terzo. L’attesa è riempita da brevi conversazioni, non impegnative, niente di serio che tolga concentrazione all'attività principale, la pesca. Intanto le mogli se la ridono alle spalle dei mariti in cerca di fortuna, o meglio in cerca di pesci.
Mentre questa legione di compari Don Quichotte combatte contro i mulini a vento arriva l’ennesimo pescatore. Il nuovo arrivato indossa una camicia a quadri, dei pantaloni leggeri, un marsupio e ovviamente una canna da pesca. Solo una canna da pesca, niente altro che una canna da pesca. Ha un abbigliamento classico che indosserebbe chiunque per fare tutt'altro: escursioni, trekking, un viaggio.  Barba lunga e capelli grigi si esprime con un tono che mi ricorda Nanni Moretti. Insomma non sembrerebbe un pescatore se non fosse per la canna. Prepara la sua lancia ma non lancia. “Ora c’è troppo vento” dichiara e si mette in attesa del momento propizio. Si siede, chiacchiera con gli altri compari e colle mogli dei compari, come fosse al bar e non a pescare. D’un tratto si fa serio, si alza e lancia. L’esca è in acqua, sembrerebbe come quelle di tutti gli altri compari pescatori intorno a lui. Ma lui ritira con la sorpresa di tutti i presenti: un pesce ha abboccato! Per niente imbarazzato dagli sguardi altrui, rilancia l’esca e poco dopo ritira: un altro pesce ha abboccato. Rilancia e ritira con un altro pesce all'amo. Rilancia e ritira e l’ennesimo pesce è rimasto stregato dalla sua esca magica. I compari pescatori sono li che bofonchiano. “Tutta fortuna” dicono, “son pesci piccoli” si giustificano. Lui, sorridente e serafico, gli risponde “Miei cari, questa è scienza! Mica siamo fatalisti”.
Prima di abbandonare il campo il re panciuto ammette “ce fai rimanè tutti a bocca aperta, quello che dici s’avvera”. “Mio caro” gli risponde sorridendo lo scienziato pescatore, “il pesce ci parla, ci dice quello che vuole. Dobbiamo solamente saperlo ascoltare”. Chiaro no?

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