"No, senti Ale, io quest'anno non me la sento. Mi sembra di essere un colonizzatore. Sento che è il momento di fare un passo indietro e di lasciare questo riconoscimento a chi vive di più la snia perchè questo per me è un riconoscimento mi fa sentire parte della snia anche se sono lontano mi sento ogni anno accolto come un fratello.. " così le ho detto impegnandomi in un pensiero articolato, intimo e definito che avevo elaborato con tanta convinzione che non poteva essere smontato ed invece sono bastate queste poche parole "non dire fregnacce. Viecce a da' 'na mano. T'aspettamo" per farmi crollare tutta la torre che la testa aveva costruito e ridar voce al cuore che scalpitava per esserci, per prendere posizione, parteggiare a favore cioè di una vita senza frontiere, regolamentata si e piena delle ricchezze che solo la multiculturalità e l'integrazione possono offrire. E poi esserci vuol dire "calcio" lo sport che, se ne sei appassionato, non puoi fare a meno di vedere e di praticare. Verità lapalissiana? Forse ma solo in supericie perchè sono convinto che il calcio sia molto di più di una affermazione scontata: tutti sono allenatori tutti sono giocatori tutti sono tifosi e tutti, chi più chi meno, sono proseliti di una religione pagana 2.0. E se hai l'opportunità di praticarlo allora il calcio rende grande anzi divino colui che compie un gesto perfetto per esecuzione efficacia e bellezza e rende invincibile il team che trama con sapienza e coordinazione un movimento che compie come fosse un solo corpo. Tanto rende speciali il calcio che i giocatori fanno i salti mortali per essere il 25 aprile al campetto della piazza del pigneto intitolata a due uomini, Persiani e Nuccitelli, partigiani esponenti della resistenza contro la ferocia, la violenza e l'oppressione nazi-fascista che li ha travolti restandone vittime. Così succede che Marco s'incastra i tempi della sua reperibilità e s'organizza con la moglie per gestire il plotone di figlie. Enrico scende in campo sebbene abbia finito alle 5 di mattina di lavorare. Jordi viene dalla Barcellona spagnola per giocarsi la chance di entrare nella storia anche fosse per il secondo di gioia esplosiva che solo un gol puó consegnare al giocatore che lo sigla. E poi Emiliano, dovevate vederlo alle 12 tutto imbacuccato colla voce cavernosa dire "ah Giallù, c'ho le placche, la gola me fa male nun ce la fo" e poi incontrarlo alle 15 confessare a se stesso a e al mondo "non ce la faccio a non giocare": indossa i suoi pantaloncini, scende in campo, corre, rincorre, si vive questa giornata di sport anzi di calcio proprio come ha fatto il cielo che ha illuminato questo palcoscenico sgombrando le nuvole e facendo spazio al sole grande e caldo. In questo contesto di attese, emozioni, immagini ed aspettative ha inizio il torneo di calcetto della liberazione 2016. cominciamo a giocare e come al solito inanelliamo una partita via l'altra senza soluzione di continuità. Per me è un privilegio poterci essere ogni partita: come arbitro me le vedo tutte e ne curo l'armonia, mi becco i ringraziamenti ma anche gli urli di chi non ci sta a vedersi negato o assegnato un fallo ingiustamente a suo dire ma per quanto io possa essermi sbagliato è sempre bene che la condotta arbitrale sia ben precisa e sul fischio non si torna indietro a meno che tutti i giocatori in campo unanimamente non mi facciano cambiare idea. Quando accade sono ben contento di farlo perchè la competitività smaliziata del voglio vincere a tutti i costi lascia il posto all'agonismo positivo del voglio vincere ma correttamente. Perchè non si creda che ad un torneo così si partecipi per la gloria del volemose bene. Certo si gioca per stare insieme, per godersi una giornata di sole, birra e salsiccia o soja, per giocare allo sport che c'appassiona e ci rende più vicini ai calciatori professionisti che seguiamo con devozione ma anche, e dico io SOPRATTUTTO, per poter dire a chiunque, caro e meno caro, e con orgoglio "oggi ho vinto io!". Daje!
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