domenica 13 dicembre 2015

una mattina vera per metà

Una mattina.
In bicicletta. 
Brrr, freddo freddo.
Sono al semaforo rosso nè in ritardo nè in anticipo per la mia meta, un tempo giusto che mi permette di scendere dalla sella e guardarmi intorno. Ti vedo: sei lì in attesa di attraversare la strada coi tuoi lunghi capelli rossi, il tuo sguardo accigliato e la bocca leggermente di traverso come a dire "coraggio, non ci puoi far nulla se non accettarlo". Mi avvicino, tutto imbacuccato come un ladro, e la donna che credevo di conoscere si spaventa e stringe la borsetta al petto. Capisco d'aver preso un granchio. Sorrido e mi scuso. Mi allontano da te, che poi non sei te, dal tuo sguardo ora non più spaventato, dalla tua bocca ora non più di traverso, dai tuoi capelli rossi. Tutto imbacuccato come un ladro, ritorno al semaforo per riprendere la strada verso la mia meta. È verde.
Brr, freddo freddo.
In bicicletta.
Una mattina.


martedì 8 dicembre 2015

nella nebbia un raggio di coraggio

Novembre 2015

Ci risiamo. Lo so che vivo a Milano e che la nebbia è un ospite che bussa spesso alla porta di casa ma la speranza di vedere un po' di sole è inguaribile. Così ogni mattina la luce che attraversa le persiane di casa mi fa sperare che la giornata sarà abbracciata dai raggi del sole. Apro la finestra e il bianco denso e umido della nebbia entra in casa. "Me certo, si accomodi. Vuole un tè? Una tisana?" faccio alla compagna del mio vicino che, spuntando dalla nebbia sulla mia ringhiera, per non disturbare lui alle 7 di mattina suona alla mia porta presentandosi come la sua amica. "Si va bene una tisana. Sai, ho appena fatto colazione con cappuccino e cornetto. Scusami se ti disturbo ma non voglio farlo arrabbiare" e invece di me non ti curi. Ma io accolgo tutti, le compagne dei vicini che si spacciano per loro amiche, la nebbia e i testimoni di Geova e con uno in particolare ho legato e frequentemente viene a trovarmi. Per farlo ogni volta si inerpica per i cinque piani senza ascensore del mio palazzo trovandosi la porta spalancata, un bicchiere d'acqua naturalmente come Domindika mi ha insegnato, e le mie storie che a volte mi sembro io il testimone di Geova e non lui.
Ci risiamo dunque e oggi, ancora oggi per l'ennesima volta, la giornata meteorologicamente parlando è segnata. Inforco la bici e prendo la strada per il teatro, direzione Lambrate. Colle prime pedalate dimentico i fatti della mattina e mi immergo nel pensiero degli attacchi terroristici compiuti a Parigi la notte scorsa. Ogni pedalata è un pensiero: paura, disgrazia, impotenza, collera, intolleranza, morte tutte insieme a formare un puzzle intorno alla tragedia appena consumata. Questa mattina i giornali erano pieni di immagini e di promesse. Ma questo terrorismo ideologico è difficile da combattere perchè è come un virus penso e rischia di minare profondamente i rapporti tra cristiani e musulmani sebbene questi terroristi abbiano ben poco a che vedere con la religione. Mi fermo al semaforo: è rosso e la luce spicca nel bianco che lo avvolge. La gente passa e uno mi fissa o forse sono io che lo fisso restando incantato. Dice, almeno mi immagino così "ti sembra normale che tutto l'occidente si mobilita per i fatti di Parigi quando nessuno ha detto o fatto nulla per i morti in Libano di nemmeno una settimana fa? Ipocriti!". Verde. Riprendo la strada continuando a guardare il tipo con la coda dell'occhio. Ancora uno stop, ancora tanta nebbia dalla quale sbuca una donna che mi mostra un articolo di un quotidiano, ma temo che il tempo mi stia dando alla testa: "non avrete il mio odio" grida un uomo sopravvisuto alla moglie agli attentati di ieri.
"Non avrete il mio odio nè quello di mio figlio" ripete.
"Non avrete il mio odio nè quello di mio figlio" insiste" perchè significherebbe darvela vinta".
Non avrete il mio odio.
Sono arrivato. Prove a oltranza.

lunedì 7 dicembre 2015

Storia di Adele ed Ivo


I° atto: i manifestanti. Settembre 2010.

(In sottofondo ci sono Bella Ciao e il rumore della folla di una manifestazione. Voce fuori campo: settembre 2010, durante una manifestazione, alcuni uomini scambiano opinioni).

LA FOLLA (grida a squarciagola, come un mantra): "il popolo è sovrano", "noi non paghiamo i vostri errori", "la crisi siete voi", "ve ne dovete andare a fanculo", "incazzatevi insieme a noi! Votateci votateci!"

UN UOMO: "Te l’avevo detto! Siamo alle solite… Ti fidi, pensi di aver puntato sul cavallo giusto, per anni credi che vada tutto bene e poi scopri che invece di pulirla la sporcizia era stata buttata sotto il tappeto. Alzi il tappeto, lo riabbassi. Lo rialzi perché non ci credi e lo riabbassi…. Macchè! Non serve a niente… Ahò te ricordi la battuta della sora Lella? “perché a quello l’hanno da caccià via!”. No Sora Lè, quello lì non lo cacciamo. Sembra la gramigna. Cerchi di toglierla ma quella sta sempre là. Per giunta la gramigna non è un uomo ma è una categoria: i politici! E oggi ci va bene perché prima, quando c’era lui e tu sai di chi parlo.. lui… mica ci chiedevano solo voti e tasse.. altro che... il dazio era la vita!

(Fuori campo. Audio della dichiarazione di guerra dell'Italia declamata da Mussolini a piazza Venezia, Roma)

II° atto: Adele ed Ivo. Settembre 1942

IVO: Mi chiamo Ivo, ho 20 anni, e sono un soldato della regia fanteria italiana.

TENENTE (rivolto a IVO): Soldato Moretti! Partirai per la Russia

IVO: Per la Russia?? E che ci vado a fare in Russia?!?

TENENTE: Soldato! non devi domandare. Un soldato deve OBBEDIRE! La Russia è tutti i luoghi in cui c’è da difendere l’onore e l’integrità della madre patria

IVO: Signorsì TENENTE. Ma perché proprio in Russia?

TENENTE: Perché i russi stanno minacciando l’integrità e l’onore della nostra madre patria! Per questo dobbiamo, anzi DOVETE annientare il nemico

IVO: Signorsì TENENTE.. scusi TENENTE non capisco. i russi non hanno mai fatto niente né a me e né all’Italia, per quanto io ne sappia, perché dovrei invaderli ed ucciderli?

TENENTE: Ecco soldato! Tu non sai! Io si e il nemico va annientato PREVENTIVAMENTE per difendere l’integrità e l’onore della madre patria e per difendere le vostre famiglie! Dobbiamo, anzi DOVETE combattere per l’onore e l’integrità dell’Italia e dei suoi figli! Questi sono gli ordini e un soldato deve OBBEDIRE!

IVO: Signorsì TENENTE. Obbedisco per l’integrità e l’onore della madre patria e dell’Italia e per difendere la mia Adele partirò per la Russia e annienterò il nemico che ci minaccia!.

TENENTE: Bravo soldato!

IVO: TENENTE, signorsì signore, di voi mi fido perchè so che avete a cuore la vita dei vostri soldati che sono figli dell’Italia e della madre patria. Dico bene signore?... TENENTE? Dico bene TENENTE?.... TENENTE, ma dove va?... Le ho fatto una domanda..

(Rivolto al pubblico) A volte è davvero maleducato…

(IVO cammina come un soldato sul posto-immagine del tempo che passa-unò duè unò duè)

IVO (rivolto al pubblico): Tra un mese parto per il fronte. Ed oggi sono stato in magazzino a ritirare il mio equipaggiamento. Ma ho un dubbio e voglio chiederlo al TENENTE.

(Rivolto al TENENTE): Signorsì TENENTE. ho ritirato una divisa verde, un elmetto verde, uno zaino verde - pesantissimo TENENTE è pieno di roba -, gli scarponi marroni, un fucile.. verde

(IVO rid3 ma subito torna serio perché il TENENTE non risponde alla sua risata. Rivolto al pubblico): che modi..

(Rivolto al TENENTE): TENENTE mi scusi..

TENENTE: Che altro vuoi Moretti?

IVO: TENENTE mi scusi ho sentito che farà freddo in Russia. Faccio richiesta di un cappotto pesante

TENENTE: Soldato Moretti! non avrai tempo di sentire freddo in Russia. E poi non ci sono cappotti. Fattelo mandare da casa!

IVO: Signorsì TENENTE, agli ordini. Me lo farò spedire da casa….. TENENTE?

TENENTE: Che c’è ancora, soldato?

IVO: Ma se non abbiamo nemmeno i soldi per comprare i cappotti pesanti come faremo a vincere questa guerra?

TENENTE: (si schiarisce la voce, e fa per scansare Ivo col braccio) …e tu soldato Persichetti, i mutandoni di lana fatteli mandare da casa. E comunque non avrai tempo di sentirne la mancanza. Eehh Moretti, per favore, stai sempre qui a fare domande. Te l’abbiamo già detto no?, un soldato non fa domande, obbedisce. E allora obbedisci. Smammare!

(IVO cammino come un soldato sul posto - unò duè unò duè)

IVO (rivolto verso il pubblico): Domani parto per la Russia. Sono a casa, seduto a tavola, ma dopo cena devo tornare in caserma. Mia madre ha cucinato una cena deliziosa, e tutti sono ben vestiti e profumati. Voglio bene ai miei genitori e Adele, la mia Adele, la mia sorellina, la adoro ma lei non smette di guardarmi e di piangere…

IVO (rivolto ad Adele): Adele! Basta, smettila di piangere. Io sono adulto oramai, ho quasi 22 anni. sono un soldato e domani parto per la Russia. Avrò cura di me. I nostri ufficiali sono persone sicure, forti e hanno a cuore la nostra vita. Oh Adele … che ti ho detto! Smettila di piangere.. Pensa, ci hanno detto che è una guerra praticamente vinta. Nel giro di un anno, al massimo due, sarò di ritorno più forte e più uomo di prima … magari pieno di medaglie … Vedrai sarai orgogliosa di me.

(Rivolto al pubblico) Lei mi dice che già lo è e non c’è bisogno di partire in Russia.

(Rivolto ad Adele. Ivo si toglie il tovagliolo dal collo, si alzo dal tavolo ..) Ti scriverò tutti i giorni e ti racconterò le mie avventure. Sai che ridere! Ma ora smettila di piangere per favore. Piuttosto fai la brava col tuo Giulio!

(Rivolto al pubblico) Sto per andare via, saluto i miei genitori e Adele mi salta al collo. Mi bacia e mi stringe tanto da farmi male. Mi bagna la divisa nuova di lacrime

(Rivolto ad ADELE): ma Adele! Ora che figura ci faccio coi commilitoni! Con tutta la divisa bagnata

(Rivolto al pubblico): Rido, ride e finalmente Adele non piange più. La stacco da me e la riconsegno ai nostri genitori. Ma in verità non volevo che lei si staccasse dal mio collo. Non volevo andar via da casa. Non avrei mai lasciato sola Adele, la mia sorellina. Questa guerra, questa vita non mi è mai appartenuta. Non c’ho mai creduto…

III.epilogo

(Rumori di sottofondo di guerra. Rumore artiglieria pesante (insieme))

IO (Rivolto verso il pubblico): Ivo Moretti, il fratello di mia nonna Adele, è morto nel campo di prigionia n.188 di Tambov, nella regione di Tambov, in Russia, il 28 febbraio 1943. Aveva 21 anni. Tutto ciò che lo stato italiano ha restituito alla sua sorellina è una lettera con allegata una cartina dove è stato evidenziato in giallo il presunto luogo di sepoltura di Ivo.

Io andrò a trovarlo, prima o poi. Non so bene spiegarvi perché ma sento che è importante che io lo faccia. Importante per Ivo e per mia nonna Adele. Nel frattempo mi permetto di raccontare la sua storia per non dimenticare.

Buio

mercoledì 29 luglio 2015

di sabato pomeriggio d'estate

Di sabato pomeriggio d'estate scendo le scale del mio palazzo
dal quinto piano al piano terra. Senza ascensore s'intende!
Ma non pensiate che io sia uno sportivo assatanato o addirittura un pazzo
perchè dove vivo, ve lo dico, solo a piedi si sale e solo a piedi si scende.

Dunque a piedi scendo di un piano ed incontro un plotone di bambini scalmanati
sono chiassosi, colorati, sudati, sorridenti, a tratti disperati
fa assai caldo oggi, si fatica a respirare e la madre li rincorre per bagnarli
"buongiorno" gli dico passando. D'un tratto il silenzio e il buongiorno mi ridanno

scendo ancora coi loro occhi puntati, la madre li ha calmati, ma io me li dimentico
perchè sono rapito dalla musica di uno stereo mezzo rotto
che incantato riproduce a ripetizione un ritornello, sempre lo stesso, identico.
Mi sembra tutto surreale come un sogno, ma dal sapore antico e familiare, già vissuto, già visto.

Scendo ancora e al secondo sono steso dall'odore di cibo speziato
proveniente dalle cucine di ogni dove che si riuniscono in questo stretto pianerottolo.
Bangla, equadoregni, cingalesi, egiziani, filippini,
è ancora un sogno, si, quello stavolta di un mondo senza confini.

Arrivo al primo ma giro sui tacchi, "accindenti la testa!", devo ritornare.
Entro in silenzio, lei è ancora addormentata,
mi risiedo per terra, accanto al letto e la guardo sognare.
"Resto così un altro po' " penso. Amo questo istante di vita sognata.

domenica 24 maggio 2015

Passato prossimo: le abitudini

Smettete di essere ansiosi per la vostra anima, di ciò che mangerete o di ciò che berrete, o per il vostro corpo, di ciò che indosserete. Non vale l'anima più del cibo e il corpo più del vestito? (Gesù in Matteo 6: 25-34)

E' l'estate del 2012. Sono al mare di Santa Severa, proprio sotto il vecchio castello medievale. Un granchio mi cammina sul piede. Me ne accorgo, mi muovo e lui sgattaiola via anzi sgrancaiola via dato il suo stile orizzontale di darsi alla macchia anzi all'acqua. Me lo guardo finchè posso, finchè non scompare quindi riprendo il mio tram tram fatto di poche cose semplici: del resto sono appollaiato su uno scoglio nella posizione yogica della lucertola. Uno scoglio tra molti scogli, popolati principalmente da granchi e circondati da ampie distese di alghe che finchè le mangio insieme al ramen sono deliziose ma nell'acqua ne ho il terrore. Sono uno dei pochi essere umani a preferire lo scoglio, il resto è a godersi l'arenile poche centinaia di metri più in là. Più comodo, più social, più pipinara peró. A me piace così, ora e qui. Lo scoglio piatto che mi ospita ha spazio solo per me ed è questa la condizione necessaria e sufficiente per la mia missione. Il bagno in mare dagli scogli mi spaventa e voglio esorcizzarlo. Mi mette a disagio non poter vedere e controllare quanto mi accade sotto. E se un alga sta aspettando il momento buono per allacciarsi alla mia caviglia e tirarmi giù? E se i pesci decidessero di banchettare colle mie ginocchia e farci un brodino?... La verità signori della corte è che immerso nell'acqua ho la percezione di quanto sia piccolo rispetto alla natura e questo è disarmante. Ogni volta che decido di buttarmi la negoziazione è cosa lunga: sondo il fondale, guardo dove mettere i piedi, scanso i ricci, evito i granchi, mi domando come avrebbe fatto Amleto (ne sono quasi certo) se fosse stato al mio posto teschio in mano "mi tuffo o non mi tuffo questo è il dilemma". Alla fine caro Amleto la risposta da prendere è sempre quella che risolve, quella maturata ascoltandosi in profodità. Io mi tuffo Amle'! e mi godo il mare. Immediato è il refrigerio dalla calura estiva di agosto: l'acqua frigge sulla mia pelle come l'olio in padella quando cucino i supplì. Il contrasto termico è tale che quando entro "Boom!" abbatto la barriera del suono, o dell'acqua sarebbe meglio dire. A mollo, mi giro e mi rigiro, galleggio come un tronco alla deriva o quando ho gli occhiali ne approfitto per studiarmi la fauna marittima. Esco, mi appollaio di nuovo, leggo, mangio, osservo i granchi e così via 5 o 6 volte al dì per tutti i giorni di ferie. Prescrizione non-medica ma che fa bene. 

Di queste prescrizioni mi piace riempirmi le tasche perchè dopo le prime volte in cui si gusta la novità tutto diventa abitudine e l'abitudine porta con se conoscenza e sicurezza. 

Mi piacciono le abitudini e sono certo che anche ad Amleto piacessero. Anche il granchio è abitudinario, per non parlare del mare che urta di continuo contro il mio scoglio senza stancarsi. Re delle abitudini è peró il ragno che ospito nella mia casa di Milano. Coabitiamo oramai da diversi mesi e io ogni settimana gli smonto la tela. Non è per cattiveria ma rischio di finire come lo stregone amico bucolico di Gandalf. Lui, il ragno, ogni volta si rimette li a rimontarla esattamente come era prima. Io la smonto e lui la rimonta, uguale. Che penso chi glielo fa fare, al posto suo me ne andrei nella casa accanto invece no persiste. Resta, resiliente, resistente. Anche questo ci accomuna credo, la resilienza. La vera difficoltà è nel capire il confine col masochismo. Camminare sull'abisso è davvero un'arte complessa e riuscire a farlo consapevolmente è un vero traguardo. 

Mi riempio le tasche di prescrizioni non mediche perchè fanno bene, con esse apro la mia mente. Alcune sono piccole novità che diventano in fretta routine dunque abitudini portando con se la voglia di provarne delle nuove. Altre sono tali che non diventano mai routine nel senso comune cioè pur diventandolo non stancano mai perchè portano con sè l'emozione del cambiamento: come recitare per intenderci. Di simile, tra me e il ragno dico, c'è la necessità di sopravvivere eppure lui non si cruccia e non diventa irrequieto come me. Lui forse sa che è inutile essere ansiosi perchè "l'ansia non aggiungerà un giorno in più alla sua vita". Puó un ragno saperne più di me? Non lo so, ma io gli smonto la tela. Tanto per non perdere l'abitudine. 

giovedì 30 aprile 2015

istantanee: racconti somali

Hargheysa, Somaliland. Marzo 2015

C’è stato un tempo in cui, seduto in macchina con mia madre alla guida, riuscivo a sprofondare nel sedile per vedere nei giorni di pioggia le gocce cadere quasi in perpendicolare sul parabrezza. Il gioco era di indovinare quale sarebbe stata la posizione della prima goccia che cadeva subito dopo quella appena schiantatasi oppure di indovinarne la grandezza. Questo ho pensato mentre ero nell’auto di Alì direzione albergo. Qui, Hargheisa, Somaliland, Corno d'Africa, dove mi trovo in missione per actionaid, l'organizzazione no profit per la quale lavoro, è infatti ufficialmente iniziata la stagione delle piogge dopo 5 mesi di secca e quando piove ad Hargheisa, cioè forse anche in tutto il Somaliland e la Somalia ma posso testimoniare solo per Hargheisa, insomma quando piove qui sembra che tutta la pioggia della Terra si riversi sopra questa città. Scende infatti una quantità d’acqua notevole in poco tempo e le strade si allagano in un attimo, complice un sistema fognario inesistente. In breve si scatena un vero e proprio acquazzone senza preavviso! Di solito sono abituato ai lampi che precedono i tuoni che precedono la pioggia e a contare il tempo tra il lampo e il tuono si capisce a grandi linee quanto in fretta uno deve andare per non fracicarsi. Qui no. Certo il cielo s’annuvola e dopo un paio di volte che ti frega capisci che questo è il segnale che è molto meglio che corri a trovarti un riparo perché di li a poco si scatenerà un putiferio. E così la gente, che sa, comincia a muoversi in anticipo ma quella che ahilei è beccata dall’acqua che cade a secchiate corre ed attraversa le strade rischiando grosso come la giovane donna che Alì stava secondo me per mettere sotto. “attento Alì!” faccio io e lui “no problem, my friend. I got it, I got it!”. E meno male che l'hai got it.

Lui, Alì, è un collega somalo di actionaid e si è voluto far scattare una foto mettendosi in posa durante la nostra visita ai villaggi beneficiari del progetto gestito da actionaid e finanziato coi fondi del MAE. “take me a photo, my friend, so that you can bring it to you in Italy!”. Alì insieme coi colleghi e le colleghe mi ricordano Youssouf, il mio amico maliano: lo sguardo, il sorriso che mi sembra che abbiano una bocca fatta apposta per sorridere contagiosamente, il modo di parlare e di muovere le mani e le dita per stressare questa parola o quel concetto e renderlo il più importante della vita in quel momento, le risate esplosive. Rompere il ghiaccio con loro dunque non è stato molto difficile. Quando pranziamo insieme a volte mi tirano dentro cominciando a parlare inglese, lingua che mastichiamo si ma come quando hai in bocca un pezzo di fegato, e succede che si arrivi farci lezioni di lingua, naturalmente loro mi insegnano il somali ed io il romano, a parlare di politica e di famiglia. Ognuno ha la propria e quando è il mio turno non si chiedono come mai non sia sposato ma si chiedono quando comincerò a cercare. “Stai cercando Miss Right, vero?” mi fa Moktar “lo so perché anche io e anche Hashi l’abbiamo cercata. Solo che in realtà non la cercavamo”. “Quando la incontri ci metti un minuto a capire che lei è lei” fa loro eco Sadia che è donna forte e decisa ma solo così può farsi rispettare in un mondo maschilista. E ad Hargheisa gli uomini sanno essere arroganti, prepotenti e violenti colle donne. Capisco giorno dopo giorno la sua decisione di ritornare qui dopo anni in Europa, comprendo il suo desiderio di provare a promuovere un radicale cambiamento grazie al supporto di actionaid del cui ufficio qui in Somaliland lei è a capo. “Rispettati e fatti rispettare”, “sii convinto e saprai convincere” sono i suoi mantra.

Con questo bagaglio di intrattenimento e familiarità sono partito per l’entroterra somalo tra i villaggi beneficiari del progetto che Sadia e il suo team gestiscono. Questi villaggi sono arroccati su colline rocciose che per arrivarci non ve lo sto nemmeno a spiegare e mi chiedo come cavolo facciano ad orientarsi senza mappa o senza il coso satellitare di cui non possiamo fare più a meno nemmeno in città: ora, se ci riescono significa che si può fare, questione di abitudine che evidentemente stiamo perdendo coccolati e abboffati da mamma tegnologia. Le donne e gli uomini di questi villaggi si sono sperticati per mostrarci cosa sono riusciti a fare coi fondi, i corsi e il supporto ricevuto: pozzi, canaline, pompe idriche, dighe, arnesi, pesticidi, trick e track e bombe a mano. E poi ci hanno fatto mangiare come dei re! Che bontà, ragazzi. Capra e riso, immancabile combinazione somala. E poi il brodo di carne e l’altrettanto immancabile bottiglietta di cola. Devo dire che di carne sto facendo scorta che basterà almeno per un anno e la capra non è la sola che ho mangiato. Si lo confesso signor giudice ho mangiato anche carne di cammello e m’è piaciuta assai! “E’ anche magra” mi dice Hashi con cui chiacchiero durante la visita della tradizionale casa somala. Casa che sembra un igloo, cioè la forma è quella, solo che invece del ghiaccio la struttura è composta di uno scheletro di legno che una volta si ricopriva colle pelli di animale mentre oggi sono ricoperti di panno variopinto e plastica. Quindi da lontano si vede bene, non ti puoi sbagliare, e la parola “lontano” qui non significa 5 metri che poi c’hai un altro palazzo di fronte e gente che te stende i panni in faccia ma significa davvero lontano perché qui in città di grattacieli non c’è nemmeno l’ombra, figuriamoci nell’entroterra dove lontano può valere chilometri.

Oggi queste case tradizionali sono sostituite o affiancate da strutture in alluminio proprio come quella che vedo davanti la finestra della mia camera d'albergo. C'è una famiglia che ci vive composta di un uomo, una donna e tre bambini che giocano appendendosi a un albero in mezzo all’appezzamento di terra dei genitori delimitato da un muretto basso ma che non ha nulla di coltivato. Solo capre. E' un attimo che mi immagino gli uomini di Rosarno che vivono all’addiaccio, mi immagino quelli di Foggia. Qual è la differenza tra la famiglia somala che vedo di fronte casa e gli invisibili che vivono anzi sopravvivono nelle baraccopoli di castel volturno? Che nei campi del sud Italia questi uomini riescono a guadagnare pochi euro che a casa loro sono un patrimonio, fa niente se sfruttati e disprezzati? Fa niente se sono loro malgrado entrati negli ingranaggi del mercato nero? Fa niente se i loro pomodori, le loro arance e clementine e fragole ce le ritroviamo nei supermercati come se niente fosse e ce le compriamo pulendone il sudiciume della mafia e dell'indifferenza dello stato? Avrei la forza di dire di no se fossi in loro? Ma in loro non sono e quando un giovanissimo uomo, cameriere dell'albergo in cui alloggiavo, mi rivela che vuole andarsene da Hargheisa e che ha incontrato un uomo che per 6.000 dollari lo porta in Libia e lo fa imbarcare per l'Italia non riesco a comprenderlo e lo affogo in un mare di foto per avvertirlo che il viaggio che quei farabutti vogliono fargli fare anzi pagare potrebbe finire colla sua morte, affogato in un mare vero salato e amaro. I suoi occhi sopresi parlavano chiaro ma io ho ancora la sensazione di non averglielo detto abbastanza.

"Bisogna aver toccato davvero cosa succede là per capirlo, e a volte non basta neanche" mi dice Ella. Durante i miei 8 intensi giorni in Africa non ho capito cosa significa vivere per un africano ma ho maturato il pensiero che se la miseria puzza, qui puzza di più. Ho maturato l'idea che se fossi nato in una casetta di lamiera come quella che vedevo davanti alla mia stanza vorrei scappare correre via lontano. Si, lo so, indosso gli occhiali da occidentale. E con questi vivo impotente il dramma dell'ennesima tragedia: il 19 aprile 2015 sono morte 700 persone nel mare di Libia. 700 persone che avevano pagato 6.000 dollari ciascuna per morire. "Ma io glielo avevo detto di non partire, di non fidarsi, che gli scafisti si curano solamente dei soldi" penso ma in fondo lo avevo ossessivamente ripetuto solo a un giovanissimo uomo. 700 persone si sono affidate ad un uomo, il gatto o la volpe chissà, che non si è curato di loro. Ma non è l'unico. 700 persone che credevano di cambiare la propria vita sono diventate monumenti eterni, 700 nuovi simboli della disperazione e della schiavitù del denaro e del potere.
Rabbia. Pugni chiusi.

domenica 4 gennaio 2015

terme e vin santo

Capranica, 1 gennaio 2015, ore 9:00.

Mi sveglio col sole in faccia e non è una metafora, non è una licenza poetica. La giornata nel viterbese è piena di sole e quando apro le finestre della mia camera per mettere il becco fuori e vedere il primo essere umano del primo dell'anno perchè è risaputo che tutto, dal pranzo alle viti del mondo, dipende dalla prima persona che incontri il primo gennaio, insomma quando apro la finestra io e la mia camera veniamo invasi dal sole. Richudo però in un batter di ciglia perchè insieme al sole è pure entrato un freddo polare e tutti gli orsi in fila per due mano nella mano. L'equazione è presto fatta: se tanto sole sta a tanto freddo allora risolvo colla radice quadrata delle terme. E così, convinto dalle mie elucubrazioni logico-matematiche che covavo già da milano, ancora arrovellato in questi pensieri ed un po' a disagio per l'invasione polare mi metto in cammino sulla strada statale 2bis veientana.

Ammetto che alle terme io ci sto talmente bene che se potessi ogni sera ci farei un salto. Proprio come facevano l'antichi che oltre a magna' i cocci e butta' i fichi appunto andavano alle terme. Pago, mi spoglio, mi tuffo. Due bracciate e sono già in mezzo alla pipinara. Come un tricheco mi faccio largo tra la massa di gambe, culi, braccia e teste accatastate davanti alle bocche d'acqua calda sulfurea. Non pensiate che sia cosa semplice peró. Eh no, infatti la piscina che è all'aperto ha un disivello esagerato e dove c'è l'acqua bassa l'acqua è proprio bassa che t'arriva alle caviglie mentre dove l'acqua è alta è proprio alta ed oggi la differenza è ulteriormente accentuata dalla temperatura perchè l'acqua alta è davvero fredda. Dunque siamo tutti ammassati all'acqua bassa davanti alle bocche d'acqua calda che guardiamo a volte con piacere e a volte con dolore. Perchè dopo esserti guadagnato uno spazio tra un gluteo e un menisco devi anche trovare la posizione esatta spingendo un po' a destra e un po' a sinistra per trovare il flusso. Il flusso è la giusta combinazione di correnti e una volta che l'hai trovata sei in pace sebbene si debba sempre tenere la guardia alta per evitare che altri come te prima si facciano largo a spallate per trovare il proprio flusso. E se ti sposti sei fregato, perdi il flusso e ti trovi in mezzo a correnti o troppo fredde o troppo bollenti che ti sembra di esser finito tra scilla e cariddi: se sei arrivato a questo punto caro mio mettiti l'anima in pace perchè non hai alternative, ti devi alzare e beccarti un'altra bella fregatura. Quando ti alzi infatti non puoi far altro che allontanarti dato che il tuo spazio quello che avevi conquistato a suon di spintoni non esiste più. La comunità di trichechi si è spostata rimodellandosi ed occupando lo spazio da te liberato. E tu sei li in piedi che cerchi una via di fuga camminando come un airone per non acciaccare piedi mani gambe e ginocchia e nel frattempo coprendoti il corpo come puoi dal freddo che ti gela. Per la cronaca e per fortuna non ho dovuto assumere la posizione dell'airone.

Quando viene il tempo di mangiare lo stomaco brontola che lo sentono pure all'acqua alta e decido di sperimentare la tecnica della lumaca: striscio via sgusciando lentamente fino all'uscita. L'esperimento riesce, mi rivesto e riparto finalmente verso un ottimo piatto di pasta in quel di Sutri. La gente della prima trattoria che avevo puntato si gira simultaneamente quando apro la porta: io sorrido e dico "buongiorno!" ma nessuna risposta d'incontro. Chiudo salutando e sbuffando anche perchè non c'era posto per me e tanto ero affamato che non mi sono goduto la bellezza del locale: croccante fuori, avariato dentro. La seconda trattoria che visito è invece un buco di nome e di fatto. Entro e sono accolto dal buongiorno dei commensali. E' amore a prima vista. C'è mancato poco che gli chiedessi d'essere adottato quando stavo mangiando la torta di mele. Questa torta un po' secca andava chiaramente intinta nel vino dunque così ho fatto col poco vino che era rimasto nel bicchiere. La trattora mi guarda, cerca il mio sguardo e quando ci sintonizziamo mi fa "Aspe', lascia perde' quer vino. Prendete questo, tutta 'n'artra storia" e mi porta un vino dolce, tipo vin santo "ma molto mejo" le fa eco il marito, che manda me e la mia torta di mele in un brodo di giuggiole e poichè la torta me la sono mangiata inzuppata io ci sono andato due volte.

La strada del ritorno a Roma al tramonto era di un arancione commovente.